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Maria Francesca C.

Sara Colomino Gimez è nata e vive a Sitges, un quartiere residenziale di Barcellona.

Il 22 Gennaio scorso è stata ospite presso Bakhita, un bellissimo centro all’avanguardia che da 12 anni, sul territorio di Gioia del Colle (BA), si dedica alle discipline olistiche, pilates e yoga. Dal 2020, Bakhita ospita anche la disciplina della Danza fra le sue attività. Sara Colomino, è arrivata qui grazie ad un’altra danzatrice italiana: Sara Mitola che ha studiato danza proprio a Sitges, all’Istitute the Arts Barcelona; qui si sono incontrate, hanno condiviso la loro passione e hanno iniziato la loro lunga e profonda amicizia.

Sara Colomino ha un talento innato, una predisposizione fisica e tenacia ineguagliabili; la sua danza è frutto di studio ricerca e tanto sacrificio.

Sara è una ragazza solare e la sua bellezza è naturale, pulita, limpida come un bicchiere d’acqua fresca; guardarla ballare è come dissetarsi in un deserto, guardarla danzare è un’esperienza da non perdere. L’abbiamo intervistata, andiamo a conoscerla.

Sara com’ è iniziato il tuo percorso artistico?

Ho iniziato danza classica a 4 anni, grazie a mia madre. A lei è sempre piaciuta la danza, infatti appena sono stata in grado di camminare e seguire una lezione, mi ha iscritto ad una scuola di danza nel mio paesino. E’ stato così che pian piano ho scoperto che la danza era la mia passione. All’inizio ero molto legata alla danza classica, ma crescendo ho iniziato a prendere lezioni di danza contemporanea da Jean Emile un grande ballerino di danza contemporanea che ha danzato per la Nederlands Dans Theater, per la Compania Nacional de Danza e ha lavorato per il Circque de Soleil. Credo che lui abbia subito notato in me del potenziale per andare oltre la danza classica, sia per la mia qualità di movimento, la personalità e le mie doti fisiche. È stato il mio mentore.

Grazie a mia madre ho scoperto che la danza è la mia passione ed è ho capito fin dal primo momento che era quello che volevo fare nella mia vita, perché sentivo il bisogno di danzare ogni giorno. Non ricordo di essere mai stata spronata o costretta a tornare in sala, era una richiesta che partiva sempre da me e da un mio bisogno primario.

 

Poi cosa è successo? 

All’età di 12 anni la mia insegnante Silvia Paretas mi consigliò di entrare in un ambiente più professionale e così chiesi a mia madre di fare più lezioni. La mia insegnante, mi preparò per un’audizione per seguire un percorso semi-professionale in un compagnia giovanile in Barcellona. Per un anno, ho studiavo danza in Sitges, frequentando più corsi che potevo e nei fine settimana mi allenavo con la compagnia giovanile. Dopo un anno, chiesi a mia madre il permesso di fare più lezioni durante la settimana con la compagnia di Barcellona e dato che c’erano altri come me interessati ad intraprendere una carriera professionale, si costituì un gruppo di ballerini con cui partecipai ad un programma intensivo per approfondire lo studio sia della danza classica che della danza contemporanea. Avevo 16 anni, quando iniziai a studiare danza contemporanea: dal Neoclassico per poi spaziare negli stili più all’avanguardia. Per poter mettere a frutto i miei studi e conseguire un titolo, entrai in conservatorio, nel dipartimento di danza classica dell’ Institut del Teatre di Barcellona. Mi ammisero direttamente all’ultimo anno e conseguì il diploma. Subito dopo mi presentai all’audizione per la prestigiosa scuola di danza Codarts Rotterdam University nei Paesi Bassi, entrai direttamente al terzo anno. Qui ho avuto l’occasione di studiare con i migliori docenti ospiti da tutto il mondo e cominciai a danzare in tour per l’Olanda, 14 performances in 3 mesi. Durante il mio quarto anno ottenni una borsa di studio per un “student exchange” presso la Alvin Ailey American Dance Theater in New York, dove restai per 6 mesi. Tornai per la laurea in Olanda e poi alla Alvin Ailey mi chiesero di tornare a New York per un altro anno, con una seconda borsa di studio, così accettai. È stato molto bello connettermi con uno stile di danza più energetico e dinamico, un contrasto interessante rispetto a quello che era il mio studio qui in Europa.

Gli anni a New York mi hanno aiutato a creare connessioni e conoscere persone che ancora oggi fanno parte della mia vita privata e lavorativa.

 

Hai fatto un percorso tutto in salita. Complimenti! e dopo New York?

Sono tornata a casa, ma ho subito iniziato la mia carriera da freelance con i contatti che avevo costruito negli anni a New York e durante la mia formazione. Nei primi mesi dal mio rientro ho fatto l’audizione per la Martz Contemporary Company presso l’Istitute the Arts Barcelona ed è allora ho conosciuto Sara Mitola, che all’epoca era una studentessa dell’IAB. Da allora ho sempre collaborato con questa compagnia, diventando Principal Dancer. Successivamente ho iniziato ad insegnare nell’Istitute the Arts Barcelona. Mi sento molto fortunata, perché ho l’opportunità di avere un lavoro fisso da insegnante presso l’università che è una realtà in continua crescita e parallelamente sono libera di viaggiare e danzare in giro per il modo, per esempio in Asia, Messico, Stati Uniti e Sud Africa per citarne alcuni o, come in questo caso, spostarmi per insegnare in altre nazioni.

 

Come è stata la tua esperienza da insegnante qui in Italia? .

L’ospitalità è stata meravigliosa. Amo l’Italia ed è stato molto bello ritrovare Sara dopo cinque anni. E’ stato bello essere per la prima volta qui come insegnante, condividere con lei e le sue allieve la mia pratica, forse qualcosa di abbastanza nuovo ed innovativo che a mio avviso, è poco studiata qui in Italia. Credo che sia stata una sfida per i più giovani, che hanno apprezzato e sono stati molto entusiasti. Anche i professionisti in sala erano molto eccitati e avevano tanta voglia di sapere e di fare sempre di più. Credo che sia stata un’esperienza molto bella e che sia solo l’inizio di una collaborazione con la Puglia, un qualcosa che potrà essere sviluppata e che non si fermerà a questo primo incontro.

Hai girato il mondo, dove credi che l’arte della danza sia più valorizzata e apprezzata? 

Sicuramente in Nord Europa: Olanda, Germania, Svezia le arti sono molto supportate e rispettate, basta vedere i teatri sempre pieni e la gente che rispetta il ruolo di danzatore senza chiedere: “ma qual è il tuo lavoro reale?”. Sorprendentemente, devo dire che il Messico è un Paese che rispetta e supporta tanto l’arte, anche se hanno poche risorse da poter investire nella cultura. In Messico hanno il rispetto per il talento e tanta cultura della danza. Forse in Germania si può lavorare e ci si può sostentare lavorando in una sola compagnia di danza, mentre in Messico invece devi lavorare per più compagnie.

In Spagna?

Credo sia lo stesso che in Italia. Ci sono però tante cose interessanti al momento, un apertura per artisti stranieri. Forse c’è poco investimento verso gli artisti locali. Credo che i danzatori italiani, spagnoli, greci, abbiamo un’essenza speciale, un qualcosa in più oltre il talento e credo che debbano essere supportati. Basti vedere i nomi dei danzatori nei cartelloni in Germania o in Olanda, si troveranno sempre dei nomi Italiani o Spagnoli.

Continuando con questo confronto, in Italia siamo molto legati ad una tradizione classica di balletto e spesso questo penalizza un’apertura verso la danza contemporanea, credo che l’Italia sia abbastanza indietro su questo punto. In Spagna credi sia lo stesso?

No, Barcellona circa 30 anni fa è stata un grande centro per l’arte contemporanea, la scena era molto ricca e gli artisti cercavano di rivoluzionare le cose. Purtroppo ora l’investimento non avviene verso artisti interni ma verso artisti esteri e questo non va bene.

In Italia abbiamo come punto di riferimento della danza il famosissimo, in tutto il mondo, etoile Roberto Bolle che ultimamente ha denunciato la situazione precaria dei danzatori in Italia aprendo un tavolo di discussione con il governo. In Spagna avete figure di riferimento?

Angel Corella, anche lui danzatore classico, ha provato tante volte ad instaurare un dialogo con le istituzioni, senza mai riuscirci realmente. Al momento non abbiamo una figura importante, anche se in passato, negli anni della rivoluzione menzionati prima, ci sono state figure relative anche alla danza contemporanea che si sono fatte portavoce.

Che progetti hai per il futuro?

Durante il Covid molti progetti sono stati messi in pausa, ma ultimamente c’è stata una rinascita che spero continui. Mi sento molto fortunata perché ho trovato il mio equilibrio con l’insegnamento che mi piace molto e con la mia carriera di danzatrice che mi porta a viaggiare tantissimo. Sono stata chiamata a far parte della giuria per una competizione molto importante in Africa, Austria e Israele il prossimo marzo e queste esperienze mi arricchiscono dal punto di vista professionale perché mi permettono di conoscere la danza in tutto il mondo, e di osservare come altre realtà si approcciano al movimento; mi aiuta ad aprire la mente a nuovi modi di approcciarmi e pensare al movimento.

Attualmente, sto collaborando con La Martz Contemporary Dance Company per un progetto con le neuroscienze e la danza. È molto interessante lavorare con questi sensori addosso che prendono tutte le informazioni circa il movimento e lo relazionano alla scienza. Ho in programma una residenza e alcune performances in Svezia con la Ehrstrand Dance Collective diretta da Julia Ehrsrand e una residenza e performance in Messico con la Infinita Compañía di Raúl Tamez. Inoltre, durante il Covid non potendo viaggiare e danzare ho sentito il bisogno di continuare a creare e proseguire la mia ricerca, così ho iniziato a creare i miei progetti, il primo in collaborazione con Cristian Ramos “Textura”, un pezzo creato per spazi non convenzionali che parla dell’essenza del movimento e dell’importanza delle piccole cose della vita. Il secondo “piel de naranja” con Rosa Maria Masia che parla della posizione della donna nella società e come essa influenza questa posizione, il terzo “(In)submises” con Gisela de Paz, parla di come le donne possono creare un ambiente di supporto reciproco, aiutandosi a superare le ferite e difficoltà, questo pezzo è stato creato con la collaborazione del musicista napoletano Mirko Ettore D’Agostino un esperienza nuova ed interessante, sono grata della sua partecipazione.

A breve, abbiamo un festival di danza contemporanea nel Congo, dove porterò “piel de naraja”.

Mi sento molto grata dei risultati fino ad ora conseguiti e credo che la posizione in cui sono ora è molto gratificante e soddisfacente.

Sara speriamo di rivederti presto di nuovo qui da noi e ti auguriamo buon lavoro.

E’ molto importante aver iniziato questa collaborazione, perché a mio avviso, credo che in Italia manchi ancora un corretto approccio alla danza contemporanea e al modo in cui viene insegnata, come discutevo con Sara (Mitola). Va bene danzare, coreografate ma non dobbiamo dimenticare che l’insegnamento viene sempre da una prospettiva pedagogica e quindi bisogna supportare il processo di apprendimento, non spingere qualcuno a fare cose difficili per il solo gusto di farle. Bisogna trovare cosa funziona per ciascuno studente, creare un ambiente sicuro e perseguire obiettivi pedagogici da condividere. Sarebbe bello creare questo ponte con Sara (Mitola) e l’Italia in Puglia ,creare uno scambio e magari preparare una creazione da poter portare in giro sia in Italia che in Spagna.

 
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