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Pierfranco Moliterni

Non possiamo ancora sapere quanti spettatori pugliesi hanno già visto o vedranno l’opera Tristan und Isolde che la Fondazione Petruzzelli ha messo in scena in questo scorcio del mese di gennaio 2022: le sue repliche si chiudono domenica 30. Non possiamo neppure intuire le singole reazioni di oggi al drama che Richard WAGNER scrisse attorno agli anni 1857-1859 (la prima risale al 10 giugno 1865, nel teatro di Monaco), lui autore tanto del libretto quanto della stupenda musica di questo capolavoro che ancora affascina tutti. Ci chiediamo allora: chi degli spettatori al Petruzzelli saprà cogliere la modernità di tale straordinario testo musicale (straordinario perché fuori dalla prassi musicale corrente in uso nel melodramma europeo dal 1600) che toccherò il cielo dell’arte sublime e senza tempo appartenente alla cultura europea tout-court.

Pochi sanno che alla base del Tristan c’è l’amore (corrisposto?) tra il musicista e Mathilde Wesendonck, moglie dell’industriale svizzero che ospitò Wagner a Zurigo dopo il suo gesto rivoluzionario del 1849 consumato sulle barricate a fianco di Bakunin! Ci pare utile dunque riportare qui di seguito un cenno delle note scritte proprio da lui e stampate nel ‘programma di sala’ per la parziale…]  esecuzione del Tristano e Isotta:

“Di Tristano e Isotta ci parla un antico, antichissimo poema d’amore […] presi nel vortice della passione, i due sono costretti d’improvviso a confessarsi a vicenda che ora appartengono l’uno all’altra. Desiderio, brama, voluttà e affanni amorosi non conoscono più limiti. […] L’unica liberazione: morire, perire, soccombere, non svegliarsi più […] si affaccia il presentimento di una voluttà estrema: è la voluttà della morte, del non-essere più, della liberazione estrema. E’ la morte oppure il meraviglioso mondo notturno?”

Fu in seguito Wagner stesso, in una lettera all’amico e mèntore Franz Liszt, a chiarire il significato di quel suo drama in cui si sublimano i tre elementi della sua poetica: wort-ton-drama. Così egli scrive:

“… poiché in vita mia non ho mai gustato la vera felicità dell’amore, voglio erigere al più bello dei miei sogni un monumento nel quale dal principio alla fine sfogherò appieno questo amore. Ho sbozzato nella mia testa Tristan und Isolde con un concetto musicale della massima semplicità, ma di puro sangue: col bruno vessillo che sventola alla fine del dramma, voglio avvolgermi per morire!”

Musicalmente, la tecnica compositiva che Wagner qui inventa di sana pianta è apparentemente semplice ma innovativa e complessa tale da condurre la partitura musicale del Tristan verso il nuovo secolo, verso il ‘900 della musica moderna. Essa si potrebbe riassumere così: in tutto il Tristan ogni frase musicale non si conclude mai, non si quieta, non giunge mai al traguardo, e così quella musica tende all’infinito e mai al finito. Testimonia dunque l’anelito alla (impossibile) felicità terrena dei suoi due protagonisti specie dell’amata Isolde la quale, alla fine dell’opera, contempla il corpo senza vita di Tristano e crede di vederlo rianimarsi in lei. La sua trasfigurazione si compie finalmente nel segno della morte. Solo così ella si unirà per sempre all’amato Tristano:

“Nel flusso dell’armonia del suono,

nell’alitante Tutto del respiro del mondo,

annegare, affondare. Inconsapevole

gioia suprema!  

 

 

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