[Recensione a cura di Pietro ACQUAFREDDA ]  

Dal bel libro di Moliterni ho appreso molte cose che di Rota non conoscevo, in special modo riguardanti il primo periodo della sua vita pugliese, i legami intrattenuti, gli interessi scaturiti. Come quelli per la musica popolare autentica, che mai dismetterà e che avrà echi in molta sua produzione, a maggior ragione in quelle opere che ad essa fanno preciso riferimento, talvolta anche nel titolo.

Quel Conservatorio, di cui Rota è stato direttore per oltre in ventennio, era diventato non solo fucina di bravi musicisti, ma anche luogo di ritrovo della ‘meglio musica’ del nostro paese, in fatto di docenti (un corpo docenti come quello reclutato ‘d’imperio’ da Rota oggi è impensabile per qualunque altro istituto musicale italiano, purtroppo!), e di iniziative: incontri, conferenze, ensemble, orchestra, auditorium. Tutto quel che oggi di musicale si trova a Bari (a Taranto dove insegnò nei primi anni non riuscì Rota a lasciare traccia, troppo giovane, ancor inesperto e senza potere decisionale) è lascito diretto o indiretto di Nino Rota, segno del suo passaggio e del suo legame con il capoluogo pugliese.

Ho letto anche quanto Moliterni scrive, a proposito della cantata celebrativa ‘Roma capomunni’, delle difficoltà manifestate da Rota, nella scrittura di musica ‘celebrativa’. Difficoltà che si possono leggere anche in una minuta manoscritta, conservata sempre a Venezia, in risposta ad una mia richiesta di scrivere un ‘Inno’, per la ‘Chiesa del silenzio’, come allora si chiamava la Chiesa d’oltrecortina.

Ciò però su cui desidero soffermarmi un pò è il famoso oratorio Mysterium Catholicum grande affresco sinfonico vocale, con voci soliste e cori, che Rota scrisse al principio degli anni Sessanta per la Pro Civitate Cristiana di Assisi; di esso il musicista mi fece dono di un prezioso spartito che conservo gelosamente, anche per la lusinghiera ma troppo generosa dedica: ‘a Pietro Acquafredda con l’augurio di sentire questo oratorio diretto da lui. Aff.mo Nino Rota’.

Lo cito perchè mi preme fare qualche precisazione, espressa già in altre occasioni, sul genere nel quale collocare il prezioso lavoro (oratorio, cantata) e sul suo titolo ( Mysterium Catholicum, o semplicemente Mysterium).

Oratorio o cantata? Moliterni cita un testo nel quale lo stesso musicista sembra preferire, anni dopo la composizione, il secondo genere: cantata. Ragionando che l’oratorio solitamente si fonda su una storia con personaggi – e nel Mysterium non c’è né l’una né gli altri . Ma non è stato sempre così: nella storia della musica vi sono infiniti titoli, anche alcuni capolavori, nei quali storia non v’è e, di conseguenza, neanche personaggi (forse in taluni casi solo ‘personificazioni o personaggi simbolici, come nelle Passioni di Bach, tanto per citare un caso, particolare anche nel genere dell’oratorio) eppure sono inclusi nel genere dell’oratorio.

La cancellazione poi dell’aggettivo ‘Catholicum’ dal titolo gli fu forse suggerito onde evitare che della sua opera venisse data una lettura ‘confessionale’. Chissà del canto, inutile e fuorviante, di quale sirena ammaliatrice fu vittima l’angelico Nino Rota. Io, che a quell’epoca avevo una certa dimestichezza con teologia, patristica e sacre scritture, restai sorpreso dalla bellezza dei testi dell’oratorio, raccolti da un amico fidatissimo di Rota, Vinci Verginelli, anche per altre opere suo librettista.

Fra tutti quell‘Unum panem frangimus che dell’oratorio è fra i brani più belli e commoventi che riuscii a far trascrivere a voci pari e organo (nell’originale è a voci dispari e c’è anche un trascendentale intervento di un coro di voci bianche) e che diressi, intimorito, alla presenza di Rota.

A proposito sempre del Mysterium (Catholicum) Moliterni riferisce di una prova generale effettuata in Conservatorio a Bari, sotto la direzione di un insegnante del Conservatorio medesimo, il m° Armando Renzi, direttore in Vaticano della Cappella Giulia. Renzi lo diresse ad Assisi, come testimonia il relativo disco CAM che Rota mi regalò, assieme allo spartito.

Una sola precisazione Moliterni mi consentirà, non senza averlo prima ringraziato per il bel libro, sia per le notizie sconosciute che per le analisi dei vari ambiti del vasto catalogo rotiano, a proposito sempre dell’oratorio che lui scrive essere stato eseguito a Roma in occasione della commemorazione di Aldo Moro, verso la fine degli anni Settanta, 1979 (Teatro dell’Opera). Prima di quella esecuzione, ve ne fu una, negli anni Sessanta, per i concerti dell’Accademia di Santa Cecilia, alla quale partecipai, Rota presente, diretto da Molinari Pradelli.

 

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