di Stefano de Carolis

Da oltre un secolo il territorio di Turi è terra vocata alla coltivazione delle ciliegie. Il terreno e il suo particolare microclima, sono le caratteristiche peculiari per ottenere un prodotto di qualità.

Agli inizi del 900 la maggior parte delle ciliegie prodotte a Turi e in altre zone della Puglia, venivano solforate per essere commercializzate nei mercati esteri e del nord Italia. Le ciliegie coltivate nel nostro territorio provenivano da diverse cultivar: molfettese, ruvo, testa di serpe, francia, San Nicola, limone, zuccaro, montagnola, napoletana, limone, masciarola.

Il mercato cerasicolo pugliese per la maggior parte era aperto per la commercializzazione delle ciliegie da inviare alle industrie conserviere  per la produzione di marmellate, canditi e sciroppi.

L’esportazione verso i mercati esteri e quelli del nord Italia, avveniva esclusivamente per mezzo della ferrovia, utilizzando treni con vagoni merci, refrigerati con temperatura costante, necessari per mantenere la conservazione, e per non far deperire i fragili frutti.

Per meglio capire come fosse complicato e difficile esportare frutti facilmente deperibili, il trasporto dalla Puglia con destinazione Londra, durava circa otto giorni. E nei mesi di maggio- giugno anche se il vagone merci era ben ventilato e refrigerato, spesso accadeva che, durante il trasporto, le ciliegie subivano alterazioni e arrivavano a destinazione avariate.

Agli inizi degli anni ‘30, il Regno Unito  dall’Italia, soprattutto dal meridione, ritirava quantità considerevoli di ciliegie solforate, messe in barili con acqua salata. Le ciliegie solforate giunte a destinazione, venivano lavorate per la produzione di marmellate e sciroppi.

Una piccola parte delle ciliegie fresche raccolte dai nostri contadini, venivano vendute al dettaglio, per il mercato interno. Grazie ad un prezzo elevato  delle ciliegie, non tutti si potevano permettere di acquistare il prezioso frutto.

Verso la fine degli anni 30, nella contrada ‘porciere’ di Turi, in un piccolo terreno di proprietà di Modesto Valentini (Anzìdde- Anzìdde), con molta probabilità, casualmente ebbe inizio la bella e affascinante storia della nostra famosa ciliegia Ferrovia.

Foto del primo albero di ciliegie Ferrovia, scattata negli anni ’70 – Sezione Coltivatori diretti di Turi

Si racconta che i primi attori di questa storia, furono Arrè Giovanni e suo cognato Matteo di Venere, entrambi agricoltori di Turi, i quali dopo aver merendato un frugale pasto accompagnato da alcune ciliegie, mangiate nel podere dello zio Modesto, con curiosità pensarono bene di sseminare quei noccioli sotto un piccolo cumulo di pietre (specchia). Dopo aver prestato le dovute cure, dopo un anno, quei semi finalmente germogliarono, ed una piantina dopo qualche tempo, portò un frutto molto speciale.

Matteo Di Venere

A testimonianza di questa storia di vita vissuta, abbiamo parlato con due esperti agricoltori turesi, i quali, con disinteresse, e con la loro lunga esperienza hanno narrato  come quei semi della varietà ciliegia ruvo,  grazie a madre natura e alle leggi della botanica, divennero ciliegia ‘ferrovia’.  

Testimonianza di Giovanni Cazzetta, classe 1939, agricoltore turese:

Giovanni Cazzetta (Testimonianza)

“Mio nonno si chiamava Giovanni Arrè, e di professione era agricoltore. Agli inizi degli anni 40, nel mese di maggio-giugno, con suo cognato Matteo di Venere, a bordo del traino, andarono a lavorare in un terreno del cognato Di Venere, nella contrada ‘porciere’. Un piccolo podere che le era stato donato da suo zio Modesto Valentini. Dopo qualche ora di lavoro nei campi, i due si fermarono per la consueta merenda, e seduti in un sedile in pietra, incavato nella pariete, consumarono il loro pasto. A poca distanza dov’erano seduti, c’era una piccola specchia di pietre. Al termine della merenda presero a mangiare un pugno di ciliegie della varietà ruvo, e una volta mangiate, i loro noccioli decisero di seminarli accanto alla specchia di pietre, e dissero: “vedíme ce av’assìje”.

Dopo circa un anno da quella semina, quei noccioli iniziarono a germogliare, e dopo altri cinque o sei anni, sempre con cura e amore, una piccola pianta, senza essere innestata, iniziò a portare le prime ciliegie. Da subito, grazie alla loro esperienza, i due agricoltori poterono apprezzare alcune caratteristiche della nuova ciliegia: la forma, il sapore, e soprattutto la consistenza della polpa.

Passati altri quattro anni, il giovane albero di ciliegie, divenne sempre più produttivo, e in un giorno di giugno, finalmente dalla pianta poterono raccogliere un cesto di vimini colmo di belle e rosse ciliegie. Per non rovinare il loro aspetto, le adagiarono con cura sopra uno strato di paglia, e riposero il cesto sul traino per portarle a vendere al mercato di Turi. In quei tempi il mercato cerasicolo era allestito in piazza San giovanni ‘sòbbe o trèppizze’.

Giunti nel largo di San Giovanni, trovarono un loro compaesano, tale Vito  Simone, capo dei facchini di Turi,  il quale avvicinandosi al traino di Matteo Di Venere disse: ‘Matteo c’è gerèse pùurte sòbbe o traìne?  E questi non sapendo cosa rispondere rispose: Geuànne gerèse sònde!

A quel punto il compratore Vito Simone prese ad assaggiare una ciliegia ed esclamò: Caspita è buona di sapore, ed è tosta! Matteo questa ciliegia è buona per il trasporto con la ferrovia.”

Testimonianza di Franco Giannini, classe 1931, agricoltore, già presidente della sezione coltivatori diretti di Turi dal 1965 al 1992, già assessore all’agricoltura del comune di Turi:

Franco Giannini (testimonianza)

“Confermo totalmente la storia raccontata da Giovanni Cazzetta. Verso la fine degli anni ’70,  ero presidente della sezione coltivatori diretti di Turi, un giorno con il giovane collaboratore, Vito Orlando, andammo nel podere di Matteo Di Venere sito nella contrada porciere, dove al dire di Tommaso Arre’, innestatore turese, esisteva il primo albero di ciliegie ferrovie. La pianta si presentava vecchia d’età, ed era nata  all’interno di una piccola specchia di pietre. Ricordo che da molti anni, numerosi agricoltori turesi, grazie al passaparola, chiedevano al figlio del Di Venere le marze di quella pianta per poter fare innesti. In quel giorno di giugno, scattammo una foto dell’albero, e dopo aver fatto un ingrandimento la mettemmo in bella mostra sulla parete del nostro ufficio dei coltivatori diretti, uffici che in quegl’anni erano allocati nel corso XX settembre. Sin dagli inizi degli anni 60 la varietà della ferrovia si è diffusa in tutti i paesi limitrofi, ed è diventata una ciliegia molto conosciuta su tutti i mercati nazionali ed internazionali.”

Ci sono altre storie raccontante sulla ciliegia ferrovia, ma nessuna di queste è documentata da documenti che attestino l’esatta origine.

Campanilismi a parte, dalla testimonianza raccolta dai due anziani agricoltori, emerge una storia importante del nostro territorio, una narrazione genuina, e ben circostanziata. Inoltre il tutto è documentato anche da una foto, scattata negl’anni 70,  la quale arricchisce la storia delle origini  di questa pianta, nata casualmente nel territorio di Turi. Inoltre guardando attentamente la foto si nota che sul  tronco non è presente nessun innesto. Questo particolare potrebbe essere la riprova che quell’albero di ferrovia, è la pianta madre.

La ciliegia ferrovia di Turi nei decenni, con il suo inconfondibile sapore, la sua bellezza, e l’ineguagliabile calibro tra i 28-30 mm, ha conservato il suo nome di cultivar d’eccellenza, nome ormai clonato e impropriamente usato in tutta Italia.

Oggi il territorio di Turi ha una superficie coltivata a ciliegio di circa 3800 ettari, ed una produzione media di 100.000 quintali. La ciliegia Ferrovia di Turi sui mercati nazionali ed esteri può proporsi come prodotto di eccellenza, e può a pieno titolo fregiarsi di ciliegia regina delle regine.

 

 

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