“Il Primaticcio di Turi”: “questo vino ha un bel colore di vino vecchio, sapore secco, tonico, fragranza gradevolissima, armonico, nel complesso  generoso. (Prof. Antonio Carpenè)

di Stefano de Carolis

Il vino, “nettare degli dei”, secondo la mitologia classica, da sempre è simbolo ancestrale della civiltà umana, un alimento prezioso per l’uomo, con un significato molto profondo. Nell’antico testamento il vino era considerato il simbolo di tutti i doni provenienti da Dio.

Un autentico mito! Dal dio Bacco, divinità dell’antica Roma, a Dionisio dio della mitologia greca, fino a Osiride, divinità egizia dalle molteplici virtù. Nella mitologia greca, Dionisio, era considerato il dio del vino e dell’ebbrezza. Un dio folle e spensierato, sensuale e caotico, che incarnava tutto ciò che c’era di istintivo e irrazionale nella vita. Una forza vitale, che rappresentava la volontà della vita, l’energia della natura, e la fertilità dell’uomo e della terra.

Dionisio era una importante divinità presso gli antichi greci, ed era piacevole festeggiarlo. I riti dionisiaci vengono descritti e rappresentati con lunghi cortei in cui i partecipanti ubriachi di vino, si esaltavano fino alla frenesia.

I rituali  ripercorrevano le vicende della divinità con cortei caotici di donne, “menadi”, dette anche baccanti, incoronate con frasche di alloro e vestite con pelli di animali, accompagnate da figure maschili travisate da “satiri”. Tutti i componenti del corteo, sempre ebbri di vino, ballando una danza dai ritmi ossessivi, si abbandonavano alla suggestione di una poesia lirica corale “ditirambo”. Questa danza ritmica e tumultuosa, veniva accompagnata dalla musica di fluati e tamburi.

Lo scopo del rituale era quello di raggiungere uno speciale stato di possessione. Il rito culminava con la caccia e lo sbranamento di una bestia selvatica.

Nell’ambito dell’arte figurativa, Dionisio viene rappresentato come un giovane dai lineamenti quasi femminili coronato di foglie d’edera o alloro o con tralci di vite e grappoli d’uva.

Nell’antica Roma il vino schietto e puro, veniva chiamato ‘merum’ ed era usato solo negli uffici divini, mentre nel corso dei   banchetti “simposio”, veniva diluito con acqua calda o fredda in quantità proporzionata alla qualità e densità del vino stesso.

Nel simposio greco e romano, veniva usato il “cratere”, un ampio vaso dalla larga imboccatura, utilizzato per mescolare il vino con l’acqua. Ognuno di questi vasi era dedicato ad una divinità. Spesso la mescita veniva aromatizzata e dolcificata secondo i gusti e la stagione. (vino rosso “atrum”, Bianco “candidus”, rosato “rosatum”)

Marco Terenzio Varrone, Virgilio, Plinio il Vecchio e Lucio Giunio Moderato Colummella, letterati, agronomi e naturalisti, dedicarono molti studi alla viticoltura e alla produzione del vino.

Ippocrate, considerato il padre della medicina, considerava il vino un medicamento naturale, utile a migliorare le funzioni renali e quelle della digestione. Il filosofo Platone scriveva che un uso moderato di vino dà forza e vigore fisico.

I medici della scuola medica salernitana, nel IX sec., ritenevano il vino una medicina dalle molteplici proprietà benefiche: acuisce l’ingegno, rafforza la vista, affina l’udito e rinforza il corpo.

In ultimo Dante, il sommo poeta, dedicando alcuni versi al vino, evocò nella Divina Commedia una metafora dell’anima umana che si versa nello spirito della natura: “…guarda il calor del sol che si fa vino, giunto al’omor che della vite cola”.

La vite “vitis vinifera”, con molta probabilità, si coltivava in Puglia e nel meridione d’Italia ancor prima dei tempi della colonizzazione greca, tuttavia alcune delle varietà di vite considerate  autoctone di Puglia, sono state introdotte proprio dai Greci.

Inoltre durante l’epoca repubblicana ed imperiale, i romani diffusero la vite non solo in Italia ma in gran parte delle provincie che man mano conquistavano. L’espansione della viticoltura nel meridione d’Italia, ben presto determinò una diminuzione delle esportazioni di vino dalle isole dell’Egeo e dalla Grecia.

Nel territorio di Turi (BA), la coltivazione della vite e il culto del vino, ha una tradizione millenaria. Questa è il frutto di straordinarie peculiarità del territorio, quali: favorevoli condizioni climatiche, natura del sottosuolo, e le sostanze organiche ed inorganiche disciolte nel terreno. Peculiarità che nel tempo, sono state arricchite da una plurisecolare esperienza fatta sul campo dai nostri nonni, esperti agricoltori, e vocati da sempre alla coltivazione della vite.

Per meglio comprendere quanto sia antico e radicato il culto del vino nel nostro territorio, a mio modesto parere, è importante ricordare una scoperta archeologica risalente al IV secolo a.C..

Nel 1932, nel corso di alcuni lavori pubblici in via Fiume, nei pressi della stazione ferroviaria di Turi, venne scoperta una tomba a sarcofago di epoca peuceta.  

L’antico abitato di Turi,  situato nella Peucezia, territorio attribuito a buona parte della odierna provincia di Bari, era abitato per l’appunto dai Peuceti, una antica popolazione Iapigia.

Nel ricco corredo funerario rinvenuto a Turi, venne recuperato uno straordinario vaso attico, (cratere a colonnette attico a figure nere), completamente dipinto e riccamente decorato con figure e scene della mitologia greca.

Questo contenitore chiamato “cratere”, un vaso di grandi dimensioni, sicuramente in uso ad una famiglia della aristocrazia locale, come già detto, veniva usato nei banchetti per la mescita del vino.

Il cratere , citato dagli storici Gervasio e Bruno, e meglio descritto nel libro di Donato Labate “Turi – dalle origini all’età Ellenistica”, raffigura le nozze di Zeus ed Hera, rappresentati su una quadriga preceduta da Ermes e seguita da Dionisio. Il restante corteo nuziale è composto da Apollo e da tre figure femminili. Sull’altra faccia del vaso è riprodotta una scena dionisiaca con al centro Dionisio e ai suoi lati due Sileni che danzano, figure della mitologia greca molto spesso assimilati ai satiri, e due Menadi. I Sileni erano divinità minori a cui si attribuiva la protezione delle sorgenti e dei fiumi che irrigano e fecondano i campi.

Cratere attico con colonnette a figure nere, rinvenuto a Turi nel 1932 durante alcuni lavori in via Fiume. Nozze di Zeus ed Hera

Il magnifico e importante reperto archeologico di Turi, è custodito presso il museo archeologico di Bari.

 Scena della divinità di Dionisio al centro con i Sileni danzanti

Il Comune di Turi con i suoi 250 mt s.l.m ed il suo microclima, è un territorio da sempre vocato alla coltivazione della vite. Consultando uno dei catasti onciari del comune, redatto a metà del settecento, emerge che buona parte del territorio era coltivato con la vite “a vigna”. Nel nuovo estimo catastale, basato non sul valore del bene posseduto ma sulla loro rendita, la valutazione si faceva in Once, antica misura di peso o moneta, la quale corrispondeva a sei ducati.

Inoltre è accertato che nel passato era presenti numerosi  palmenti, installati sia nel centro abitato che nelle campagne coltivate con la vite. Numerose erano le cantine attrezzate con le botti in legno, e tanti erano i torchi vinari usati per la premitura delle vinacce: (…si tassano tre torchi da premere le uve ad uso proprio per ducati 1:20).

Altro dato storico altrettanto importante, è la presenza nel territorio dei resti di un grande torchio vinario, in legno di quercia (XVII sec.), chiamato “torchio a leva di Catone”. Trattasi di un antico sistema di torchiatura con una leva di grosse dimensioni con all’estremità  una grande vite vinaria. Questo tipo di torchio, era usato già dal I° sec.d.C. una innovazione per l’epoca, perché permetteva una maggiore pressatura delle vinacce.

 Questa testimonianza, rappresenta un autentico reperto di archeologia industriale, dimostra nel nostro territorio, l’antica e importante tradizione enologica.

A tal proposito vanno riportate alle cronache, alcune notizie pubblicate nell’800 da importanti riviste di ampelologia, bollettini, cataloghi e saggi relativi all’arte enologica italiana.

Grazie a queste notizie, ricche di dati analitici e scientifici,nonchè  studi di ampelologia, emerge che nel comune di Turi, fin dal periodo pre-unitario si produceva “fabbricavail Primativo o Primaticcio di Turi, un apprezzatissimo ed eccellente vino rosso di alta qualità, fatto con le uve locali.

Il vino Primativo dopo averlo sapientemente prodotto, invecchiato e affinato in grandi botti di legno, veniva imbottigliato e confezionato, per poi esportarlo in tutta Italia e nel resto del mondo.

Vincenzo Carenza , Agricoltore e Viticoltore turese

Nel 1873 in occasione dell’Esposizione Universale di Vienna, il Vino Primativo di Turi, venne esposto e fatto degustare ad una platea internazionale. una bottiglia di Primativo di Turi, annata 1869, costava 1 lira, mentre   100 lt di vino si pagavano 30 lire. “Produciamo ottimi vini da pasto, ed un vino speciale di Turi”, questo lo slogan usato!

Il produttore del vino Primativo di Turi, fu il Sig. Domenico Cozzolongo, vero pioniere della commercializzazione del vino primitivo in bottiglia. Un  lungimirante proprietario turese e grande esperto dell’arte enologica.

Un suo zio, tale don Modesto Cozzolongo, nato nella seconda metà del 700, anch’egli proprietario terriero, esperto enologo, era un primicerio del capitolo di Turi. 

Dopo la sua dipartita, Domenico Cozzolongo passò il testimone al suo giovane figlio, un giovane altrettanto lungimirante, brillante e vocato allo studio e all’imprenditoria. Giovanni Cozzolongo, classe 1856, agronomo, un elegante uomo d’altri tempi, dall’animo buono e gentile.

Giovanni Cozzolongo 1856-1915,  Sindaco di Turi foto della Fam. Vito Intini

I concittadini turesi lo avevano soprannominato “Don Giovanni non piglia resto”.

Nel 1914 venne eletto Sindaco del Comune di Turi. Purtroppo morì improvvisamente il 22 dicembre 1915.

Nella rivista di viticultura ed enologia italiana del 1881, diretta dai chiarissimi Prof.ri G.B. Cerletti e dal famoso Dott. Antonio Carpenè, quest’ultimo direttore della Società Enotecnica Trevigiana di Conegliano Veneto, questi dopo attenti assaggi, analisi chimiche e organolettiche del vino rosso di Turi prodotto dalla famiglia Cozzolongo, scrissero:

Intorno ad alcuni vini del Barese:

Il Primaticcio di Turi:

“si confeziona col primitivo propriamente detto, che ha un tralcio mezzano di color rosso fulvo, nodi frequenti , molto fruttifero. La foglia mezzana è di 5-7- lobata, i lobi sono acuti ineguali, denti acuti, sporgenti, appena uncinati; la pagina superiore è di colore verde comune, la pagina inferiore ruvida con peluria sparsa a fiocchetti, picciolo a base di nervi color rossastro, grappolo mezzano lungamente alato, semi sciolto, gli acini sono tondi, mezzani di color azzurro scuro, peduncolo breve, color verdiccio, legnoso alla base. Una eccellente uva da vino, si adatta meglio ai luoghi elevati. Matura dal 1 al 15 settembre è coltivata estesamente a Turi, Casal Michele, Gioia del Colle ed Acquaviva delle fonti”.

Primaticcio di Turi vino rosso 1867:

limpido, bel colore di vino vecchio, sapore secco,  tonico, fragranza gradevolissima, armonico nel complesso e generoso – Alcool 14,80, acidità complessiva per litro 7.80. Dopo l’accurata analisi e descrizione, gli illustri enologi conclusero il giudizio e scrissero:

“…abituati ad una franchezza e indipendenza nei giudizi e ad essere imparziali, perché animiamo un solo campanile – quello dell’Italia – e non curiamo i campanili secondari, che spessissimo fanno velo alla ragione dei giurati nelle esposizioni, più o meno recenti e Nazionali, diamo una stretta di mano al cordiale Sig. Cozzolongo e lo preghiamo a proseguire nel cammino bene iniziato, perché avrà soddisfazione morale nel bene che farà al suo paese e sicuro lucro….” Antonio Prof. Dott. Carpenè

Inoltre l’illustre Dott. Antonio Carpenè, a proposito di alcuni vini  prodotti nel meridione d’Italia scriveva: “…se la vinificazione nelle regioni meridionali d’italia venisse diretta dai sani principi dell’enotecnia, in queste regioni favorite generosamente dalla natura, si otterrebbero vini squisiti da non temere confronti coi più rinomati del mondo”.

Vino primaticcio di Turi: limpido, bel colore, sapore ottimo, aromatico secco tonico generoso (L’Agricoltura Italiana, diretto dal Prof.G. Caruso II vol. Pisa 1877)  

Nel 1882 un altro importante enologo italiano, su una rivista specializzata scriveva di un vino rosso molto speciale :  “…dopo aver esposto queste poche nozioni di vinificazione, posso parlare di un vino speciale del barese fabbricato dal sig. Cozzolongo di Turi.

Vini razionali ed informati a principii di scienza erano i metodi di vinificazione adoperati dal defunto sig. Domenico Cozzolongo. Egli manifatturava vini che furono trovati eccellenti e fu premiato in diverse esposizioni nazionali ed internazionali.

Senza esagerare io sono del parere che ben potea il sig. Cozzolongo annoverare tra i più distinti enologi della provincia di Bari.

Molti vini fabbricati e conservati dal sig. Cozzolongo, con le regole e le diligenze suggerite dalla vinificazione razionale, furono trovate dal Prof. Carpenè ottimi, limpidi, con buona fragranza, buon sapore, e con un insieme di pregi spiccanti.

Oggi pare che il suo figliolo, l’egregio giovane Sig. Giovanni Cozzolongo voglia seguire le orme del fu suo padre ed egli si è messo già con diligenza  e studio a fabbricare ottimi vini tanto che l’illustre dott. Carpenè nella rivista di viticoltura ed Enologia italiana, encomia i vini Cozzolongo, e specialmente il primaticcio di Turi, ed il cosidetto brillantino di Turi, che vien formato tutto da uve bianche delle quali le più abbondanti sono: uva latina bianca o fiano; greco bianco o ragusano; e la verdea o malantonico, come  pure il vino detto troiano rosso.

Esorto il chiarissimo Sig. Cozzolongo ad andare avanti nel cammino ben iniziato e voglia dare in Turi novella vita all’industria vinicola che certamente per qualità delle uve e per condizioni adatte del clima e del suolo non può e nè deve essere inferiore a quella di altre parti d’Italia.

Lo scorso anno Cozzolongo mi donò il vino primaticcio di Turi, un primativo cconfezionato nell’anno 1880 ed uno confezionato nel 1877, io volli di tutti e due farne analisi di questo vino speciale.

Nel volume del giornale vinicolo italiano pubblicato nel 1875 diretto dai dott.ri Ottavi e Macagno, parlando del Primaticcio di Turi si legge:

“…trovato sceltissimo per ogni verso, e giudicato superiore ai barbera, ai grignolini e a tutti i migliori vini piemontesi, escluso il barolo.

Il metodo seguito da Cozzolonzo per fabbricare il suo primaticcio fu il seguente:

pigiate accuratamente le uve e tolti metà dei raspi, egli procurò che avesse luogo una pronta e regolare fermentazione, tenendo sempre il cappello della vendemmia al di sotto del mosto.

Quando il mosto segnò zero al gleucometro, avvinò e, e ciò accadde dopo 3 giorni di fermentazione tumultuosa. Al vino della avvinatura fece poi riuniure il primo e migliore torchiatico, cotanto raccomandato per dare al giovane vino un poco di più di acido tannico, il quale è molto utile per i vini dei nostri paesi caldi.

Durante l’anno Cozzolongo praticò poi due travasamenti, preceduti sempre da solfarazione dei vasi, e dopo due anni di soggiorno nelle botti, chiarificò il suo vino con la gelatina, poi la passo nei vetri. Una vinificazione del tutto razionale.

Analisi del Primaticcio di Turi prodotto da Cozzolongo                                 

Primaticcio di Turi 1880                                                Primaticcio di Turi 1877

Alcool media 12,8                                                           14,00

Tannino 1,1                                                                       1,35

Glucosio 2,99                                                                    1,25

Acidità totale 5,12                                                            7,1

Bitartrato potassico tracce

Glicerina 3,07                                                                     3,00

(rivista di viticultura ed enologica 1880)

Concludo con il dire che il primaticcio di Turi possiede ottimi pregi tanto da farlo annoverare tra i vini migliori d’Italia. Il Sig. Cozzolongo, volendo, potrebbe rendersi benemerito dell’arte enotecnica. (Prof. Dott. N. Giammaria della Real Scuola Superiore di Portici)

Il vino Primativo di Turi, venne più volte premiato sia in Italia che all’estero come miglior vino rosso.

 Nel 1877 nella II^ edizione della fiera dei vini Italiani di Roma, gli venne conferita la medaglia d’argento, come vino rosso tra i migliori d’Italia:  

“…allo sferisterio eloquemente addobbato, è stata tenuta nello scorso carnevale la II^ fiera dei vini italiani, dovuta principalmente all’iniziativa e alle cure del Cav. Orazio Focardi il concorso dei produttori fu numerosissimo con moltissimi visitatori. Onorarono la loro presenza il S.A.R. il Principe Umberto e S.R. il Ministro dell’agricoltura.

Il giurì, dopo la scrupolosa degustazione dei vini esposti e dopo l’esame degli arnesi in mostra, decretava i premi con le medaglie D’oro, d’argento e di Bronzo.

Medaglia d’oro al Sig. Attilio Strutt per Civita Lavinia Rosso; ai sig.ri Liccioli per il Ruffina rosso.

Medaglia d’argento al Sig. Domenico Cozzolongo per il Primaticcio di Turi; ai fratelli Manissero per il Barolo Amaro, e Gagna e Cugini per Barolo tipo 1874-75.

Oltre a produrre l’ottimo primitivo, nel comune di Turi si producevano  anche degli ottimi vini bianchi molto apprezzati, uno fra tutti era il “ brillantino di Turi”, vino formato da uve bianche quali: l’uva Latina bianca o Fiano; il Greco bianco o Ragusano; e la Verdea o Malantonico.

Nel territorio turese oltre al suo primativo rosso, venivano coltivate altre uve, come descritte e indicate in un bollettino di ampelologia di fine 800:

Ragusano bianco e nero; Gagliuoppo nero; Biancolisano; Primativo nero; Fiano Bianco; Alvese bianco; Aglianico; Zagarese nero; Troiano rosato; Rovasenda.

 

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Redazione

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