di Enrico Cembran
 
L’esistenza di ognuno è un po’ come un puzzle, del quale, essendo l’uomo un essere tendenzialmente sociale, gli altri esseri incontrati, rappresentano i tasselli della sua struttura materiale definitiva.
Tuttavia, la caratteristica di questi tasselli è che se non si comprende bene il loro significato e modalità di incastro, tendono a ripresentarsi, magari con disegno diverso da quello di originale, creando variazioni della trama complessiva.
Questo ci dice che gli esseri, ma anche le situazioni ed i contesti che si presentano, hanno sempre e comunque un ruolo positivo nel bilancio globale della propria esistenza ed in quanto tali devono comunque trovare il giusto spazio ed incastro nel proprio puzzle acciocché questo si possa completare.
In mancanza di ciò, il tassello si riproporrà ulteriormente, costringendo l’essere a rivivere costantemente le medesime esperienze, talvolta fastidiose o addirittura dolorose.
Ciò fino a quando non si sarà compreso che, in quanto preordinate dal proprio #Sé #Superiore, queste prove, sono irrinunciabili e propedeutiche a quella maturazione energetica necessaria per passare all’esperienza susseguente.
In questi incontri, un facilitatore ed acceleratore esperienziale è rappresentato dalla capacità di comprensione che ogni “altro/a” incontrato, è un essere dotato della sua propria e (per lui/lei) innegabile #verità, che sarà disposto/a a difendere ad oltranza, essendo l’espressione del suo stato di coscienza.
A seguito di questa semplificazione sarà facile comprendere che quando si comunica, attraverso la propria conoscenza, pura espressione del proprio stato di coscienza, si sta semplicemente parlando di se stessi e della propria realtà #soggettiva.
Accettando che questa realtà sia solo #una delle possibili, l’interazione di tipo sociale e soprattutto affettivo, risulterà invariabilmente facilitata.
In questo livello di coscienza, costantemente si assisterà alla comparsa dell’#armonia interiore, frutto di quell’#accettazione scaturente dal rispetto di quegli “altri” che solo a questo punto si potranno accettare come porzioni del proprio Sé, incarnatesi con lo scopo preordinato di comune accordo, ancorché in una dimensione sovrasensibile.
In quest’ottica, il #difetto percepito nell’”altro”, anch’esso, espressione del proprio stato di coscienza/realtà percepita (e quindi, quantisticamente, generata…), indica in quale punto di se stessi ricercare per ricomporre l’armonia dispersa.
L’incontro, talvolta cruento, dovrebbe sempre generare un’occasione di #introspezione e conseguente maturazione, indipendentemente dal contesto, la cui valutazione è frutto di un #giudizio, a sua volta espressione di uno stato di coscienza, per definizione, non assoluto.
In tutto ciò, il migliore strumento di autoanalisi è osservare l’”altro/a” in qualità di #specchio, prendendo atto che l’immagine percepita è il riflesso di almeno qualche parte della propria.
Questa immagine è generata a sua volta dalla capacità vibrazionale del proprio Sé, che in quanto espressione parziale di una #Divinità dalla quale si è momentaneamente distaccato, ha enormi, per non dire infinite, capacità creative, di quella #realtà, a volte così dolorosa da accettare.
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Di Polis Notizie

Redazione

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