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Bari, 10 dicembre 2020 – Comincia il suo viaggio la campagna “Tumore Ovarico, manteniamoci informate!” con la sua prima tappa in Puglia, dove sono circa 300 i nuovi casi di tumore ovarico ogni anno (Registri Tumori) e sono circa 5.000 le pazienti che convivono con la malattia.

La campagna, promossa da Fondazione AIOM insieme ad ACTO Onlus, LOTO Onlus, Mai più sole e aBRCAdabra con il sostegno incondizionato di GSK, ha come obiettivo quello di invitare le donne e le pazienti a “mantenersi informate” proprio perché oggi sul fronte del tumore ovarico sono molte le cose da sapere e le novità da conoscere: in primo luogo i progressi della ricerca e delle terapie, che stanno migliorando sopravvivenza e qualità di vita, ma anche i test molecolari, che permettono alle pazienti di accedere al trattamento più appropriato per il proprio tipo di tumore.

Insieme agli eventi territoriali, che vedono la partecipazione degli specialisti e delle pazienti, la campagna informativa fa leva su una serie di attività online e social e sui 6 video-racconti disponibili sul sito web www.manteniamociinformate.it e sui profili Facebook e Instagram della campagna. I video-racconti portano all’attenzione dello spettatore frammenti straordinari di vita legati all’esperienza delle protagoniste, Sara e Monica, interpretate da Laura Mazzi e Francesca Della Ragione: due donne diverse per carattere, stile di vita e interessi ma che affrontano la stessa malattia, il tumore ovarico. Monica presenta una mutazione genetica di tipo BRCA1, Sara ha una forma non mutata di malattia. I video-racconti sono diretti da Paola Pessot e narrati dal volto e dalla voce della testimonial d’eccezione Claudia Gerini.

In Italia ogni anno oltre 5.200 donne ricevono una diagnosi di tumore ovarico e a causa di sintomi aspecifici o non riconosciuti, in circa l’80% dei casi la malattia viene diagnosticata in fase già avanzata. Oggi però lo scenario è in evoluzione e una delle novità più importanti di questi anni è la possibilità per tutte le pazienti di accedere alle terapie di mantenimento, che permettono di allontanare le ricadute dopo chemioterapia e che si sono dimostrate efficaci su questa neoplasia.

«Lo scenario è in evoluzione – dichiara Stefania Gori, Presidente Fondazione AIOM e Direttore Dipartimento Oncologico IRCCS Sacro Cuore Don Calabri, Negrar – uno dei progressi più importanti è la possibilità di utilizzare, in fase di mantenimento dopo la chemioterapia, terapie orali con i PARP inibitori, che hanno aumentato in modo significativo la possibilità di prolungare il tempo libero da progressione di malattia nelle donne con mutazione BRCA. Finalmente adesso i PARP inibitori possono essere utilizzati anche nelle pazienti “senza” mutazione BRCA, che rappresentano ben il 75% del totale e che fino a poco tempo fa avevano poche alternative terapeutiche. Tali farmaci possono essere utilizzati dopo una prima linea di chemioterapia oppure al momento della recidiva di tumore, dopo altre linee di chemioterapia. Purtroppo, ancora oggi, 3 pazienti su 4 senza mutazione BRCA (Wild Type) in recidiva non sono in terapia di mantenimento con un PARP inibitore o non lo ricevono in modo tempestivo ma sicuramente questo dato tenderà a migliorare nel tempo».

La diagnosi precoce per il carcinoma ovarico non esiste ancora e le uniche due armi per contrastare la malattia da subito sono la conoscenza e cure appropriate.

«La diagnosi precoce del tumore ovarico è il principale obiettivo e speranza di noi clinici, perché più di due terzi delle pazienti vengono diagnosticate in fase avanzata, quando le possibilità di cura ovviamente  si riducono notevolmente – spiega Gennaro Cormio, Professore Ordinario di Ginecologia e Ostetricia dell’Università degli Studi di Bari – quindi, il ruolo della diagnosi precoce è basilare ma purtroppo ad oggi non abbiamo a disposizione test e strumenti accurati, sensibili e specifici. Ad oggi abbiamo solo nelle pazienti portatrici di mutazione del gene BRCA 1 e 2 la possibilità di fare una chirurgia profilattica. Il tumore si manifesta con sintomi estremamente aspecifici come il senso di peso addominale, dispepsia, fastidi della funzione vescicale e proprio per questa ragione la diagnosi è quasi sempre tardiva. Fondamentale il controllo ginecologico annuale anche se i dati di diversi studi hanno rivelato che la sola valutazione clinica non è sufficiente per arrivare ad una diagnosi precoce, che potrebbe consentire la guarigione della malattia. Il test genetico che si fa solo in presenza di una diagnosi di tumore ovarico è estremamente importante sia per orientare l’appropriatezza del percorso clinico e la scelta terapeutica sia perché consente di identificare i parenti che, pur essendo sani, sono a rischio, fino al 50%, di sviluppare un tumore dell’ovaio o altri tumori BRCA correlati per i quali possiamo applicare le procedure di chirurgia profilattica».

Per poter creare cultura nella popolazione sul tumore ovarico e le nuove terapie è di fondamentale importanza l’alleanza tra comunità scientifica, Associazioni di pazienti e il mondo farmaceutico.

«Noi crediamo molto nell’educazione, nella prevenzione, che significa fare cultura, creare consapevolezza nelle persone per far sì che momenti a volte ineluttabili della propria esistenza, come può essere una malattia oncologica, vengano visti, scoperti, diagnosticati per tempo – conclude Sabrina de Camillis, Head of Government Affairs & Communications, GSK – un’azienda come la nostra può fare molto ma ha bisogno di costruire delle partnership: con le Associazioni di pazienti in primis ma anche con chi ha le competenze e la credibilità scientifica e sociale, come la Fondazione AIOM. La campagna è in linea con la nostra filosofia, il nostro approccio. In più è innovativa, guarda ai potenziali fruitori attraverso modelli comunicativi e linguaggi diversi che non escludono nessuno: dalla teenager alla signora di una certa età e perché no, ai maschi, mariti e compagni. Per questo abbiamo deciso di partecipare e di essere l’unica azienda a supportare questa iniziativa».

La voce delle Associazioni

Annamaria Leone, Fondatrice e Presidente ACTO Bari

«La diagnosi precoce è fondamentale nel tumore ovarico ma purtroppo non realizzabile per la mancanza di screening specifici. Conoscere la malattia, essere attente ai segnali d’allarme è l’unico modo per arrivare prima che sia troppo tardi. La diagnosi precoce potrebbe consentire un più efficace approccio terapeutico, una migliore risposta ai farmaci, una maggiore sopravvivenza e una migliore qualità della vita, che vengono messi a rischio quando la diagnosi arriva tardivamente e il carcinoma ovarico è già in III o IV stadio. L’orientamento è verso una diagnosi tempestiva che consiste nel riconoscere certi segni e sintomi e rivolgersi subito al ginecologo che attraverso una visita clinica e un’ecografia transvaginale potrà eventualmente intercettare la malattia. Il secondo step è costituito dagli esami del sangue con il dosaggio dei marcatori tumorali, cui seguono, a seconda del caso, una TAC e/o una risonanza magnetica per capire se, quanto e dove si è diffuso il tumore. Altrettanto importante per la paziente è eseguire il test genetico per accertare la presenza o meno della mutazione del gene BRCA che, se presente, può orientare le terapie e permettere la sorveglianza dei componenti familiari della donna».

Lilli Laudadio; Referente aBRCAdaBRA

«Per la donna che riceve una diagnosi di carcinoma ovarico è molto importante a un certo punto del percorso diagnostico sapere se si tratta di una forma di tumore ovarico con mutazione del gene BRCA 1 o 2 o di una forma di tumore ovarico senza mutazione, non solo perché può orientare tutto il percorso clinico e aprire ai nuovi farmaci come i PARP-inibitori ma per le ricadute sul nucleo familiare. Il 30% dei tumori ovarici come sappiamo è ereditario e la mutazione BRCA aumenta moltissimo il rischio di sviluppare un tumore della mammella, un tumore dell’ovaio ma anche altri tipi di tumore. Sapere che una paziente è portatrice della mutazione permette di fare screening sull’intera famiglia e di mantenere una stretta sorveglianza attiva sui componenti femminili e maschili, attuando così una prevenzione primaria con la chirurgia profilattica»

Scheda Tumore ovarico 

Tumore ovarico

Il carcinoma ovarico è un tumore che colpisce le ovaie, gli organi riproduttivi femminili situati nell’addome.

La maggior parte delle donne riceve la diagnosi dopo l’ingresso in menopausa, tra i 50 e i 69 anni. Ma le forme associate a una predisposizione genetica o familiare hanno un’insorgenza più precoce e possono colpire le donne già a 40 anni o anche prima.

Se viene riconosciuto e diagnosticato nelle prime fasi, questo tumore può avere una prognosi favorevole. Molto spesso, però, il tumore ovarico all’inizio non dà sintomi riconoscibili, ed è soprattutto per questo motivo che nell’80% dei casi la malattia viene diagnosticata in fase già avanzata.

Anche se il tumore ovarico resta uno dei più aggressivi tumori femminili, negli ultimi anni, le innovazioni nelle tecniche chirurgiche e l’avvento delle terapie di mantenimento orale con nuovi farmaci hanno permesso di migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita per molte pazienti.

Oggi sono disponibili terapie orali a bersaglio molecolare che si sono dimostrate efficaci su tutte le pazienti, indipendentemente dalla presenza o meno di mutazioni genetiche, e che utilizzate in fase di mantenimento dopo la chemioterapia migliorano sopravvivenza e qualità di vita.

QUALI SONO LE TIPOLOGIE DI TUMORE OVARICO? 

Vi sono diversi tipi di tumore ovarico. A seconda della sede di origine, i tumori ovarici si distinguono in epiteliali (l’epitelio è il tessuto che riveste l’ovaio), germinali (derivano dalle cellule che danno origine agli ovuli) e stromali (hanno origine in un altro tessuto della struttura dell’ovaio).

Un’altra differenza è legata alla presenza di mutazioni genetiche classificate come HRD (deficit di ricombinazione omologa), che comprendono un’ampia gamma di anomalie genetiche, incluse le mutazioni BRCA, legata a mutazioni nei geni BRCA1-2.

Recenti studi hanno rilevato che il 15-25% dei tumori ovarici sono di origine genetico ereditaria, cioè sono causati da mutazioni genetiche. Anomalie di questi geni (detti oncosoppressori, perché riescono a bloccare la crescita incontrollata delle cellule tumorali), possono essere ereditate dal padre o dalla madre e determinano un maggiore rischio di sviluppare il tumore ovarico in età più precoce.

Quando questi geni sono mutati, infatti, le cellule non sono in grado di riparare i danni al DNA e vanno incontro alla trasformazione tumorale.

È importante sottolineare che essere portatrici di queste mutazioni non equivale a ereditare o ad avere un tumore ma ad avere un rischio maggiore di sviluppare alcune neoplasie, rispetto alle persone non mutate.

RISCHIO GENETICO 

I geni BRCA1 e BRCA2 controllano la proliferazione cellulare e agiscono da freno sulla moltiplicazione incontrollata delle cellule che causano l’insorgenza dei tumori, per questo questi geni sono detti oncosoppressori e la loro funzione si esprime principalmente su seno ed ovaio. Quando questi geni sono mutati aumenta la possibilità di sviluppare un tumore.

Oltre che i geni BRCA, anche altri geni possono essere coinvolti nel tumore ovarico. Ad esempio, la mutazione dei geni MLH1, MLH3, MSH2 e MSH6 causa la “Sindrome di Lynch” che aumenta il rischio di carcinoma del colon-retto, di carcinoma ovarico e carcinoma dell’endometrio.

La mutazione del gene STH11 è causa della “Sindrome di Peutz-Jeghers” che aumenta il rischio di carcinoma del colon-retto, gastrico, esofageo, del piccolo intestino e dell’ovaio.

La mutazione del gene PTEN causa la “Sindrome di Cowden” che aumenta il rischio di carcinoma della tiroide, ovarico e mammario. Infine, la mutazione MUTYH associata a poliposi è responsabile di un aumentato rischio di carcinoma del colon-retto e piccolo intestino, di carcinoma vescicale ed ovarico.

MUTAZIONE BRCA E TUMORE OVARICO: RISCHIO ONCOLOGICO E TEST GENETICO

È importante sapere se si ha una familiarità o una predisposizione genetica ereditaria al tumore ovarico sia a livello di prevenzione (perché permette alle donne sane di scegliere come ridurre il proprio rischio) sia quando viene diagnosticato un tumore ovarico perché permette la scelta della terapia farmacologica più mirata fin dalla prima linea di trattamento (cioè sin dalla prima chemioterapia effettuata dopo l’intervento chirurgico).

Il test BRCA viene proposto solitamente nel corso di una consulenza genetica (fatta da un genetista, da un oncologo, o un ginecologo con competenze oncologiche) che ha l’obiettivo di spiegare quali sono i motivi per cui viene proposto il test, quali sono i risultati possibili e le azioni che si possono intraprendere a fronte dei diversi risultati, sia per le persone con tumore ovarico che per i suoi familiari.

Nei familiari sani di pazienti con carcinoma ovarico BRCA – mutate, viene avviato un percorso con consulenza genetica ed effettuazione di test BRCA.

Il test BRCA può essere effettuato entro il Sistema Sanitario Nazionale, con criteri di accesso diversi al test a seconda della Regione di residenza. Il regime di rimborsabilità per il test BRCA varia infatti da Regione a Regione.

Donne sane che risultano positive al test BRCA possono decidere, in modo consapevole grazie al supporto del sanitario di riferimento, quale strada intraprendere tra le opzioni possibili: la chirurgia profilattica e la sorveglianza.

QUALI SONO LE CAUSE E I FATTORI DI RISCHIO?

Il tumore ovarico insorge quando le cellule dell’ovaio crescono e si dividono in modo incontrollato. Mentre non sono ancora note le cause di questa divisione e moltiplicazione incontrollata, sono stati identificati alcuni fattori di rischio.

  • Età: il carcinoma ovarico colpisce in maggioranza donne di età superiore ai 55 anni e dopo la menopausa. Ma le forme associate a una predisposizione genetica o familiare possono presentarsi anche in donne più giovani.
  • Gravidanze e menopausa: sono a maggior rischio le donne che non hanno avuto figli, che non hanno mai preso la pillola anticoncezionale, che hanno avute le prime mestruazioni in età precoce o che hanno iniziato la menopausa in età più avanzata rispetto alla media.
  • Storia familiare: il rischio aumenta per le donne che hanno avuto due o più familiari colpiti da tumore dell’ovaio, della mammella, del colon o dell’utero.
  • Stili di vita: anche obesità, fumo, assenza di esercizio fisico aumentano il rischio di sviluppare questo tumore.

COME SI MANIFESTA?

Nelle fasi iniziali, il tumore ovarico può non dare sintomi o causare sintomi aspecifici spesso comuni ad altre patologie minori che rendono difficile la diagnosi precoce

La frequenza e la combinazione di alcuni segnali, specie se si manifestano per periodi prolungati, possono rappresentare un campanello d’allarme che dovrebbe suggerire di rivolgersi al medico

I sintomi più comuni includono:

  • gonfiore addominale persistente;
  • necessità di urinare spesso;
  • fitte addominali.

Sintomi meno comuni sono:

  • inappetenza;
  • senso di immediata sazietà;
  • perdite ematiche vaginali;
  • variazioni delle abitudini intestinali.

COME VIENE DIAGNOSTICATO?

Ad oggi per il tumore ovarico non esistono strumenti di prevenzione come il vaccino per il tumore della cervice uterina o il Pap test per il tumore dell’utero, così come non esistono test di screening precoce come la mammografia per il tumore al seno.

Quando il carcinoma ovarico viene rilevato in fase iniziale, può essere rimosso completamente con la chirurgia e questo può portare alla guarigione.L’iter diagnostico in caso di sintomi frequenti e ricorrenti prevede:

  • visita medica e ginecologica;
  • ecografia ginecologica;
  • valutazione dei marcatori tumorali;
  • TAC addominale e PET;
  • gastroscopia e colonscopia.

Una corretta diagnosi di tumore dell’ovaio può essere completata dopo aver effettuato un’ecografia transvaginale e un controllo dei marcatori tumorali (CA125, HE4 e CEA) attraverso un prelievo di sangue periferico.

In caso di ulteriore dubbio, vengono eseguite anche una TAC addominale ed eventualmente una PET.

La diagnosi definitiva si ottiene attraverso l’esame istologico basato sul prelievo di un campione di tessuto tramite biopsia in laparoscopia oppure durante l’intervento chirurgico di asportazione del tumore.

Solitamente viene richiesto di effettuare un’analisi per identificare la presenza della mutazione dei geni BRCA1 e BRCA2 nel tessuto tumorale. Il test BRCA è raccomandato dalle principali Società Scientifiche nazionali e internazionali, ma la sua applicazione sul territorio italiano non è ad oggi uniforme tra le Regioni. Se, in seguito al test, risulta essere presente la mutazione di BRCA su tessuto tumorale, verrà effettuato un prelievo di sangue periferico per valutare anche la presenza di mutazione BRCA germinale, quindi ereditabile.

GLI STADI DEL TUMORE OVARICO

Il carcinoma ovarico può essere diagnosticato in diversi stadi. Una buona o una cattiva prognosi dipendono dallo stadio del tumore al momento della diagnosi.

I tumori ovarici vengono suddivisi in 4 stadi:

  • il primo stadio si riferisce ai tumori confinati a una o entrambe le ovaie;
  • il secondo stadio si riferisce a un tumore che inizia a coinvolgere gli organi pelvici;
  • il terzo stadio include i tumori che si estendono oltre la pelvi e/o con metastasi ai linfonodi della stessa zona;
  • il quarto stadio si riferisce ai tumori che sono diffusi a organi “distanti” (fegato, polmone, etc).

LE TERAPIE

Il tipo di trattamento dipende dallo stadio del tumore, dall’età e dalle condizioni generali della paziente.

Chirurgia

L’intervento chirurgico è un’opzione terapeutica essenziale, sia per i tumori ai primi stadi che in stadio avanzato. L’intervento è fondamentale anche per la diagnosi, perché permette di valutare lo stadio del tumore e la sua estensione. È stato inoltre dimostrato che la rimozione completa di ogni lesione tumorale permette di aumentare significativamente le aspettative di sopravvivenza.

Quando possibile, l’intervento è eseguito in laparoscopia, una tecnica poco invasiva che permette un pronto recupero da parte della paziente. Nel tumore confinato all’ovaio, qualora la paziente abbia il desiderio di avere figli, può essere valutata una chirurgia conservativa al fine della preservazione

del potenziale riproduttivo. Ma non tutte le pazienti sono candidate all’approccio conservativo, che deve essere valutato attentamente insieme al medico in base alla malattia.

L’intervento chirurgico può essere preceduto o seguito da cicli di chemioterapia, per ridurre la massa tumorale e il rischio di recidiva.

Chemioterapia e sue associazioni

La chemioterapia è un altro trattamento cardine per il carcinoma ovarico. A causa dell’elevato rischio di recidive, può essere prescritta anche nelle pazienti con tumore ai primi stadi. Si tratta di una terapia sistemica, somministrata per endovena, che impiega farmaci in grado di bloccare la crescita delle cellule tumorali o di ucciderle. Le terapie si somministrano a cicli e scadenze precise. La chemioterapia più impiegata per la cura del carcinoma ovarico in prima linea è costituita da farmaci a base di platino e taxani.

La chemioterapia viene associata a farmaci antiangiogenici che hanno come bersaglio i vasi sanguigni del tumore. Inibendo la crescita e la formazione di nuovi vasi, questi farmaci impediscono l’arrivo di nutrienti alle cellule tumorali, che quindi non possono sopravvivere e diffondersi.

Questi farmaci vengono somministrati o per via endovenosa alle pazienti con carcinoma ovarico avanzato o metastatico in associazione alla chemioterapia e può essere continuata la sua somministrazione come strategia di mantenimento.

La chemioterapia in associazione con i farmaci antiangiogenici, può indurre complicazioni e non è proponibile a tutte la pazienti.

La terapia di mantenimento orale

La grande maggioranza delle pazienti con carcinoma ovarico ottiene una risposta clinica al trattamento di prima linea. Ma in circa l’80% dei casi dopo una fase di remissione la malattia riprende a progredire e il decorso successivo è caratterizzato da una alternanza di periodi sempre più brevi di remissioni e recidive.

La più grande evoluzione degli ultimi anni nel trattamento del carcinoma ovarico è rappresentata dall’avvento dei PARP inibitori. Nella pratica clinica, tutte le pazienti riceveranno in un momento della loro storia oncologica un PARP-inibitore: o dopo una chemioterapia di prima linea o al momento della recidiva platino-sensibile. Le evidenze del loro utilizzo in modo precoce confermano sempre di più un maggiore beneficio clinico. I PARPi permettono di stabilizzare i risultati ottenuti con la chemioterapia e di aumentare la sopravvivenza libera da progressione della malattia e quindi la qualità di vita delle pazienti. In taluni casi le terapie di mantenimento in prima linea permettono l’eradicazione della malattia.

Le evidenze scientifiche confermano l’efficacia di alcune terapie di mantenimento sia per le pazienti che presentano la mutazione BRCA, che per quelle senza mutazione BRCA e che spesso presentano altre forme di mutazione genetica.

Le cellule tumorali hanno infatti molte mutazioni nel loro DNA: i farmaci inibitori di PARP sono particolarmente efficaci proprio perché colpiscono i meccanismi messi in atto dalle cellule tumorali per riparare il DNA. Con questi farmaci, le cellule del tumore non sono più in grado di correggere le mutazioni e ne accumulano talmente tante che l’organismo “programma” la loro morte per impedire che si diffondano.

L’utilizzo di inibitori di PARP nel trattamento delle recidive di carcinoma ovarico ha notevolmente prolungato l’intervallo libero da progressione. Tali farmaci hanno il grande vantaggio di essere disponibili in formulazione orale, sono molto ben tollerati e permettono di evitare le attese negli ambulatori oncologici.

Attualmente in Italia è possibile accedere a questo tipo di trattamento già dopo la chemioterapia con Platino di prima linea (dopo la chirurgia) sia per le pazienti BRCA mutate che per le pazienti non mutate.

La terapia nel caso di recidive

Molte pazienti con carcinoma ovarico, soprattutto quelle in cui la malattia è stata diagnosticata in fase avanzata, vanno incontro a ricadute di malattia, che potrà essere trattata con chemioterapia associata o meno a farmaci antiangiogenici.

Qualora le pazienti siano state ancora trattate con chemioterapia a base di derivati del platino e abbiano presentato una riduzione di malattia, può essere prescritta una terapia di mantenimento con PARP inibitori, con prolungamento della sopravvivenza libera da progressione.

Già di utilizzo per i pazienti con mutazione BRCA, i PARPi sono opzione terapeutica di recente introduzione anche per le pazienti senza mutazione BRCA che rappresentano circa il 75% di questa popolazione che finora aveva poche alternative terapeutiche.

Ad oggi, 3 pazienti su 4 senza mutazione BRCA (Wild Type) in recidiva non sono in terapia di mantenimento con un PARPi o non lo ricevono in modo tempestivo. Sicuramente questo dato tenderà a migliorare nel tempo vista l’elevata efficacia e la maneggevolezza di questi farmaci che consentono di condurre una vita normale, mantenere il lavoro e svolgere le attività quotidiane.

                                                                                           

 

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