LA BANDA DEL BUCO PROFANA LA SANTA CASA DI LORETO Loreto 1974 – il misterioso furto del secolo

 

di Stefano  De Carolis

In una fredda e nebbiosa mattina del 25 gennaio 1974, ai Carabinieri di Loreto giunse una notizia a dir poco sconcertante: nella notte ignoti avevano trafugato buona parte del tesoro della Santa Casa.

Padre Fabiano Urbani, Rettore della Basilica Mariana nel pieno sconforto dell’accaduto si porta dai Carabinieri in via Maderno e denunciò:

alle ore 7.45 di detto giorno venivo avvertito dai miei religiosi che i muratori Angeletti e Camilletti di Loreto, mentre si recavano al lavoro nella cripta della basilica, avevano notato la porta del magazzino forzata e una volta entrati avevano visto calcinacci per terra, tanta polvere e un grosso buco nel soffitto della sottostante la sala del tesoro. Rendendomi conto del grave fatto sono corso a prendere le chiavi e aprire detta sala. Una terribile realtà: armadi aperti, vetrine rotte, bacheche asportate, un grosso buco nel pavimento, da dove era stato fatto bassare ciò che più importante e prezioso dal punto di vista storico-religioso-culturale il nostro museo possedeva”.

Stando alle prime e confuse indagini fatte dagli inquirenti si ipotizzò che la banda del buco, in modo indisturbato aveva iniziato le operazioni verso le ore 20.30 del giorno 24 e le avrebbero concluse al mattino seguente alle ore 4.30.

I ladri operarono seguendo un piano criminale studiato nei minimi particolari. Stranamente erano a conoscenza di tanti particolari che riguardavano sia i luoghi che le abitudini dei frati custodi del Santuario Mariano. Inoltre i delinquenti sapevano che porte e le finestre erano allarmate con un sistema azionato da fotocellule, però quella notte misteriosamente le fotocellule non  funzionarono.

Durante il loro losco piano, con una precisione chirurgica, effettuarono un buco nella parte centrale del soffitto, di un locale adibito a deposito allocato sotto la sala del tesoro detta “del Pomarancio”.

Un componente della banda salì in cima ad una scala a libro e con l’ausilio di un grosso martinetto idraulico, iniziò a forzare un punto centrale della volta, mentre gli altri complici, che erano di sotto, mantenevano dei sacchi di tela per impedire che i calcinacci nel cadere facessero rumori. Dopo pochi minuti i ladri riuscirono ad aprire un foro di circa sessanta centimetri, giusto lo spazio per passare e poter entrare nella splendida sala seicentesca del Pomarancio.

Ebbero a loro disposizione molto tempo per svuotare i numerosi armadi che custodivano i preziosi tesori, e riempire i sacchi da portar via. Dopo aver commesso il furto sacrilego, con i sacchi in spalla, ripercorrendo lo stesso percorso con tutta tranquillità fuggirono prendendo la direzione della Porta Marina di Loreto. Oltre al danno arrecato al patrimonio storico e culturale,  il valore del bottino fu ingentissimo, molti ipotizzarono che si aggirava intorno al miliardo di lire, e ben presto si gridò al furto del secolo:

Una diadema d’oro cesellato con 9 ametiste, 17 rubini e 258 diamanti, fatto dono nel 1816 da Maria Luisa di Parma, moglie di Carlo IV Re di Spagna; un l’anello personale ed un ostensorio d’argento massiccio e avorio offerto da Papa Giovanni XIII; il celebre fiore a forma di girasole di Maria Aloisia di Borbone; un calice d’oro massiccio del peso di Kg.2 dono di Augusta Amalia di Baviera; i calici di Gioacchino Murat con 50 rubini e 50 brillanti; l’ostensorio in argento massiccio del peso di Kg.5,300 con rubini, smeraldi e topazi, donato nel 1808  da Maria Giulia Clary, moglie di Giuseppe Napoleone, il quale aveva rubato nella chiesa del Gesù di Napoli e che poi la sposa, lo offrì alla Madonna di Loreto; un ostensorio d’argento e pietre preziose, donato da Costanza e da Beniamino Gigli; un pendaglio a forma di lira musicale offerta dai marchesi Doria; e poi altri venti calici d’oro e argento; 6 ostensori; due piatti; pietre preziose, croci, medaglie, bracciali, orecchini, coralli, perle, collane, spille, anelli, brocche, vassoi, pissidi, secchielli con aspersorio, porta ostie e numerosi ex voto tutti in argento e oro massiccio.

Le numerose e inconcludenti indagini condotte delle autorità inquirenti portarono al nulla. Tante le ipotesi, le persone sospette, i depistaggi, e le piste da seguire. Si pensò che tramite i ricettatori di opere d’arte la refurtiva avesse raggiunto la Svizzera o la Jugoslavia. Si pensò anche ad un basista marchigiano e agli esecutori tutti provenienti dalle zone limitrofe. Troppi i misteri e troppe le stranezze del caso!!

Tante furono le critiche dei fedeli e numerose le lettere che giunsero a Mons. Loris Capovilla, Delegato Pontificio della Basilica di Loreto:

Eccellenza Rev.ma dal nostro dolore immaginiamo il suo dolore per il sacrilego oltraggio perpetrato nella Santa Casa. Un amico credeva che i frati facessero turni di vigilanza notturna nella Santa Casa. Un altro amico si augurava che i Santuari promovessero la costruzione di case ai senza tetto, usando i doni offerti dai fedeli. Sarebbe un’opera secondo lo spirito del Vangelo. …Trasportano somme ingenti senza la dovuta sicurezza, e non si decidono ad attuare mezzi adeguati per difendersi dai moderni pirati, e i signori deputati e senatori che trovano tempo in vane discussioni, sarebbero benemeriti se pensassero a leggi necessarie per salvare i beni dei cittadini

A seguito del clamoroso furto alla Santa Casa di Loreto, sei senatori: Carettoni (sinistra indipendente); Venanzetti (PRI); Buzio (PSDI); Stirati (PSI); De Carolis e Papa (DC), presero coscienza del problema e con una accorata interpellanza riferirono in parlamento all’On. Malfatti, Ministro della Pubblica Istruzione:

“Sig. Ministro Il furto di Loreto si aggiunge alle quasi giornaliere espoliazioni del nostro patrimonio artistico e culturale. Da otto anni la commissione Franceschini ha concluso le sue inchieste e inviato le opportune proposte; per altrettanti anni altre commissioni, altre proposte legislative, altre istanze urgenti da parte del parlamento, altre promesse si sono succedute senza giungere a soluzione nemmeno provvisoria, nemmeno semplicemente cautelativa. Gli interpellanti chiedono al Ministro della Pubblica Istruzione il suo preciso intendimento circa i problemi sollevati, nella speranza che venga con la maggiore sollecitudine e fermezza posto un termine a questa umiliante e rovinosa situazione d’incuria e di incertezza di un patrimonio di così eccezionale importanza.”      

Lo scempio e il depredamento ai danni del patrimonio culturale italiano e in particolare a quello marchigiano non ebbe mai fine, infatti la notte tra il 5 e il 6 febbraio 1975 nel Palazzo Ducale di Urbino avvenne un altro clamoroso furto. Nella circostanza vennero trafugati tre capolavori assoluti della storia dell’arte occidentale: “la Muta di Raffaello” e due dipinti di Piero della Francesca “La Madonna di Senigallia” e “La Flagellazione”, poi misteriosamente recuperati in Svizzera, ma questa ed altre simili sono un’altra storia… Forse!! (Sic)

Con decreto legge del 14 dicembre 1974, n.657, finalmente, venne istituito il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, convertito in legge il 29 gennaio 1975, n.5, con il compito della gestione unitaria del patrimonio culturale e dell’ambiente al fine di assicurare l’organica tutela di interesse di estrema rilevanza sul piano interno e nazionale.

“La madonna di Senigallia” di Piero della Francesca

 

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