La questione dei disabili. Una scelta pedagogica e non una politica elettorale LA MIA ESPERIENZA NEL MONDO DEI DISABILI

 
Pierfranco Bruni


La questione relativa ai disabili, ovvero diversamente abili, ha, sul piano istituzionale, ma anche nel comportamento antropologico, diverse fasi che la storia non ha trattato con una visione fortemente pedagogica radicata al profondo dell’uomo. In queste fasi storiche, a cominciare dalla fine dell’Ottocento, abbiamo assistito ad atteggiamenti di uno sbilanciamento terribile. Si è posto un problema serio con un pensiero forte dagli anni Settanta del Novecento proprio nel momento in cui la psicopedagogia assumeva un comportamento comparativo con quello socio sanitario. Ciò però dovuto ad una visione fortemente pedagogica basata sul concetto di educazione permanente tout court. Il riferimento centrale era basato su una filosofia del pensiero che aveva visto come riferimento Maria Montessori in suo racconto tra scuola primaria e famiglia. Eppure in quegli anni le strutture erano completamente manchevoli. Anche la Chiesa non era adeguatamente attrezzata sulle capacità educative. Perché insisto sul dato epistemologico e pedagogico? Perché la politica delle regole ha bisogno che abbia come “fare” e come riferimento l’uomo nelle sue diversità e nei suoi vuoti gestionali fisici o psichiatrici. La politica, ancora oggi, è carente perché non ha ben compreso il rapporto tra handicap (con le sue caratteristiche) e società transitiva. Nel mezzo ci sono la famiglia, punto nevralgico, e la scuola oltre al grande mondo dell’associazionismo che dimostra sempre più la garanzia per una tutela e la gestione di un portatore di disabilità. La mia prima fase lavorativa si è svolta nel mondo della scuola ed ho lavorato strettamente con i docenti di sostegno. Sono  portatore di esperienze dolorose e drammatiche proprio tra soggetto colpito da handicap e famiglie. Manca una stretta correlazione tra specialisti Asl e infermieristica. Mancano gli abbattimenti di barriere. Manca un sostegno serio alle famiglie. Manca una correlazione tra strutture specialistiche e scuola. Forse solo la scuola vive con tanta amore il senso della accoglienza. Mancano delle regole ferme.  La scuola è l’unica agenzia che è in grado di stabilire un rapporto pedagogico con gli esperti socio sanitari. Ma tali esperti non possono essere generici. Ogni soggetto presenta una diversità o delle diversità differenti. L’aggiornamento è fondamentale ma non è costante. Il dato sanitario da solo non basta.  La ripresa di una educazione permanente non deve riguardare solo i soggetti autonomi. Anzi. Ne si può pensare ad una direzione collettivista e tanto meno ragionare con una metodologia alla pari. Il sostegno deve essere centrale. Tale deve essere il rapporto tra famiglia e società attraversando la serietà della scuola. Un docente per un diversamente abile è ancora fondamentale. Occorre un piano economico per le famiglie ma anche per i diversamente abili. Ci sono libertà che vanno rispettati. Il rispetto non è solo doveroso ma necessariamente non teorico. Sono persone.  Siamo persone. Gli Enti locali ne fanno una questione politica. Non deve essere così. È una questione pedagogica della disabilità. La Montessori, di cui ricorrono i 150 anni dalla nascita, era un medico ma riusciva a dare una chiave di lettura al soggetto disabile  concettualizzando la sua  diversità . Io ho vissuto nella scuola questo dramma e porto come tutti le ferite ma anche la luce.
Credo, comunque, che sia necessario istituire un fondo specifico per le scuole per incontri educativi al rispetto delle diversità. Da qui alla implementazione degli educatori con una autonomia specifica sul grado di disabilità. Io resto sempre accanto a questo mio mondo.
Print Friendly, PDF & Email
Polis Notizie

Polis Notizie

Redazione

error: Content is protected !!
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: