Verso il Bicentenario della nascita di Dostoevskij tra il sottosuolo e gli idioti

 

 

 Pierfranco Bruni

Ci accingiamo a celebrare il bicentenario della nascita Fëdor Michajlovič Dostoevskij e i 120 anni dalla morte. Uno scrittore che trasformato il senso del dramma in tragico. Lo scrittore che ha costruito e profetizzato  il dialogo con i “demoni” che vivono nella civiltà moderna. Lo scrittore che dentro la cristianità ha vissuto il “delitto” e il “castigo”. Fa parte di quella famiglia di scrittori che hanno conosciuto il “sottosuolo”.  La vita si vive consumandola tra il pensiero e la vacuità. Una tristezza che accoglie le malinconie di una letteratura che si apre ad una distinzione del dolore. Vita e letteratura sono un intreccio. Non un incontro. Il dolore si “maschera”, a volte, nel senso dell’inquieto e trova la sua possibilità di esistere nella necessità del tragico.

La letteratura del tragico è quella che supera la solitudine come dolore e vive l’agonia terribile dell’angoscia. Una famiglia di scrittori terribilmente tragici.  Da Aleksandr Puskin (1799 – 1837) a Luigi Pirandello (1867 – 1936), da Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821 – 1881) a Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938). Il tutto nell’immensità di una metafisica della consapevolezza del vivere con Søren Aabye Kierkegaard (1813 – 1855).

Qual è la scommessa tragica tra questi scrittori di generazioni diverse? Puskin è un giocoliere della vita che ha accettato le sfide fino a morirne, (muore a causa delle ferite in duello con il presunto amante della moglie), e integrarsi nella morte come, appunto, gioco. Pirandello, forse il più temerario, ha inciso nello sdoppiamento dell’io i suoi tanti personaggi che poi conducono ad uno solo che è quello di uno – nessuno. Dostoevskij si è cercato penetrando la memoria, ma ha compreso che per capirla occorre scavare nel sottosuolo. D’Annunzio ha usato terribilmente l’alchimia dell’estetica per uscire fuori da una cabala che ha il velo del tragico.  Kierkegaard ha formalizzato la malattia dell’anima come senso del mortale nel tempo dell’uomo, pur percorrendo un viaggio completamente religioso e spirituale.

Il tragico come memoria mai persa in Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Il problema è proprio qui, ovvero nella circonferenza che questi scrittori e filosofi enucleano. La memoria non è una maschera. Pirandello ha cercato di farla diventare tale ma ha corso il rischio di lasciarsi catturare dall’irrequieto pianto del “gorgo muto”. Perché nel gorgo muto c’è l’assenza dell’amore. Perdere la memoria è perdersi. “L’inferno è la sofferenza di non poter più amare” (Dostoevskij). Abbiamo bisogno sempre di memoria. Questo è il punto nodale intorno al quale si completano questi personaggi. Ma la memoria ci libera e ci condanna.

I personaggi di Pirandello vivono e soffrono questa condanna come quelli di D’Annunzio e dello stesso Dostoevskij.  Kierkegaard dirà: “L’angoscia è la vertigine della libertà”. Angoscia, vertigine e libertà. Tre concetti chiave per definire il viaggio inquieto di esistenze consacrate alla “recita” della letteratura o meglio alla “teatralità” dello scrivere. Recita e teatralità! Lo scrittore, il filosofo, il pensatore non possono fare a meno di viversi dentro queste due “impalcature”. Lo scrittore è sempre il personaggio di se stesso. Si pensi a Puskin, il quale ha molte condivisioni propriamente letterarie con Pirandello, al suo vissuto.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij: “Ogni uomo ha dei ricordi che racconterebbe solo agli amici. Ha anche cose nella mente che non rivelerebbe neanche agli amici, ma solo a se stesso, e in segreto. Ma ci sono altre cose che un uomo ha paura di rivelare persino a se stesso, e ogni uomoperbene ha un certo numero di cose del genere accantonate nella mente (…).  “Io amo l’umanità, ma con mia grande sorpresa, quanto più amo l’umanità in generale, tanto meno mi ispirano le persone in particolare”.

Puskin era convinto che “Gli uomini giudicheranno le tue parole, le tue azioni; le tue intenzioni le vede solo Dio”. Si entra dalla porta della memoria per sottoporsi al senso di infinito e dell’enigmaticità d’esistere. Pirandello: “Ciascuno si racconcia la maschera come può – la maschera esteriore. Perché dentro poi c’è l’altra, che spesso non s’accorda con quella di fuori. E niente è vero!”. L’immensità della melanconia è la costante di un volto che ha davanti uno specchio ma dietro lo specchio, o dentro, cosa si nasconde? D’Annunzio: “La nostra vita è un’opera magica, che sfugge al riflesso della ragione e tanto più è ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto e spesso contro l’ordine delle leggi apparenti”. Così, allora, la vita si vive consumandola tra la passione del morire e la passione irreverente del viverla.

Dostoevskij è nel Grande Inquisitore. O è piuttosto lui stesso il Grande Inquisitore che vuole penetrare il sottosuolo dell’anima. “Fintanto che ciascun uomo non sarà diventato veramente fratellodel suo prossimo, la fratellanza non avrà inizio. Nessuna scienza e nessun interesse comune potrà indurre gli uomini a dividereequamente proprietà e diritti. Qualunque cosa sarà sempre troppo poco per ognuno e tutti si lamenteranno, si invidieranno e si ammazzeranno l’un l’altro”.

Puskin attraversa il senso di follia e cerca di farsene un vanto della ragione come avviene in Pirandello, ma nelle loro vite è la quotidianità di convivere con la follia che rende sublime il colloquiare tra la ragione e l’intelligenza. Puskin: “È terribile diventar pazzo. È meno pesante morire. Un defunto lo guardiamo con rispetto. Diciamo per lui le preghiere. La morte fa tutti eguali a lui. Ma l’uomo privato dell’intelligenza, cessa d’essere un uomo. La parola gli è data invano, egli non la sa dominare, in lui la belva riconosce un suo fratello; è oggetto di derisione per gli uomini; ognuno può far di lui quello che vuole, Dio non lo giudica”.

Siamo al canto e controcanto pirandelliano. D’altronde, come già si diceva, tra Pirabndello e Puskin e Dostoevskij si nota una forte correlazione, soprattutto quando Puskin recita la sua classicità e la sua grecità tra i miti e simboli cari a Pirandello.

Puskin  così nei versi della poesia “A una greca”: “Tu sei nata per accendere l’immaginazione dei poeti, per turbarla, per affascinarla con la tenera vivacità dei saluti, con la stranezza orientale delle parole, con lo scintillio degli specchi dei tuoi occhi e questo audace piedino… Tu sei nata per il languido amore, per l’ebbrezza delle passioni. Dimmi – quando il cantore di Leila disegnava nei sogni celesti il suo immutabile ideale, non te forse ha rappresentato il poeta dolente e caro? Forse, in una plaga lontana, sotto il cielo della sacra Grecia, te il sofferente ispirato ha conosciuto o visto, come in un sogno, e l’immagine indimenticabile non si è rinchiusa nella profondità del suo cuore? Forse con la lira felice l’incantatore ti ha sedotta; un tremito involontario è sorto nel tuo petto orgoglioso, e tu, chinata sulla sua spalla… No, no, amica mia, del sogno geloso la fiamma non voglio alimentare; a lungo la felicità mi è stata straniera, di nuovo ne posso godere, e, oppresso da misteriosa tristezza, ho paura: è insicuro tutto quello che amiamo”.

È Dostoevskij che trama nella ragnatela della tragedia: “…Annullate i miei desiderî, cancellate i miei ideali, mostratemi qualcosa di meglio, e io vi andrò dietro. Magari direte che non mette conto nemmeno di legarsi; ma in tal caso io posso rispondervi allo stesso modo. Noi ragioniamo seriamente; e se non mi volete degnare della vostra attenzione, non vi farò certo degli inchini. Io ho il sottosuolo”.

Dunque, la tragicità e il classicismo. Pirandello e Puskin. Il senso di morte e il sottosuolo. D’Annunzio e Dostoevskij. L’angoscia e la malattia mortale. Kierkegaard.

È proprio vero che la vita si vive tra la tristezza e la vacuità? Eccolo il Dostoevskij tra il sottosuolo e il vivere la visione dell’idiota:

“Ma il dolore principale, il più forte, non è già quello delle ferite; è invece la certezza, che fra un’ora, poi fra dieci minuti, poi fra mezzo minuto, poi ora, subito, l’anima si staccherà dal corpo, e che tu, uomo, cesserai irrevocabilmente di essere un uomo. Questa certezza è spaventosa. (…) Uccidere chi ha ucciso è, secondo me, un castigo non proporzionato al delitto. L’assassinio legale è assai più spaventoso di quello perpetrato da un brigante. La vittima del brigante è assalita di notte, in un bosco, con questa o quell’arma; e sempre spera, fino all’ultimo, di potersi salvare. Si sono dati casi, in cui l’assalito, anche con la gola tagliata, è riuscito a fuggire, ovvero, supplicando, ha ottenuto grazia dagli assalitori. Ma con la legalità, quest’ultima speranza, che attenua lo spavento della morte, ve la tolgono con una certezza matematica, spietata. (…) Un solo uomo potrebbe chiarire il punto; un uomo cui abbiamo letto la sentenza di morte, e poi detto: “Va’, ti è fatta la grazia!”. Di un tale strazio anche Cristo ha parlato… No, no, è inumana la pena, è selvaggia e non può né deve esser lecito applicarla all’uomo”.

Siamo eredi della malinconia e questa letteratura che è vita non può che essere l’attraversamento di un singolare viaggio nel tempo e nella morte passando, comunque, tra le stanze della memoria.

Un riscontro esistenziale che precipita nella letteratura. Una vita nel precipitato letterario. È un importante percorso che ha attanagliato le anime inquiete e mai “anime morte” (Gogol) pur avendo consapevolezza che vive tra di noi sempre un “idiota” (Dostoevskij).

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