0 5 minuti 2 anni

di Antonio Vox

Mentre l’Italia annaspa, pietendo liquidità, l’Unione Europea, indifferente ai guaiti di aiuto, priva della leva illusoria del “buonismo” e della “solidarietà”, prendendosi tutto il tempo che non c’è, pensa pragmaticamente a salvaguardare la propria industria.

E quale sarebbe l’industria che assorbe il suo interesse?

Senza atteggiarsi a presuntuoso professore, chiunque abbia un minimo di attitudine intellettiva alla osservazione, potrà agevolmente rispondere:

quella dell’auto.

E chi sono i Paesi promotori di questa attenzione?

Anche qui, senza atteggiarsi a presuntuoso professore, la risposta è semplice: il duo Francia/Germania.

Il terzo Paese dell’Europa, l’Italia, appare in tutt’altre faccende affaccendato:

sia perché il nostro Pase non ha più un’industria dell’auto, portata via dalla cinica Olanda;

sia perché il nostro governo, allo sbando e rimpinzato di presunte consulenze, sembra non avere la minima idea di cosa sia l’attuale Europa e di cosa sia un sistema economico.

Al più, esso governo conosce, per sentito dire e per stasi mentale, quel sistema economico stagnante, di origine finanziaria e calvinista, di cui non vuole capire il fallimento.

Quale è stata la molla?

Nei tre primi mesi dell’anno si è venduto in UE il 60% in meno di auto e, nel trimestre successivo, il 30% in meno.

Sulla base di questi dati, Thierry Breton, Commissario europeo per il mercato interno e i servizi (una responsabilità che include la politica industriale, il rafforzamento del mercato interno, il digitale, la difesa e lo spazio), ha iniziato ad identificare i settori industriali, partendo proprio dal cluster auto, per identificare quali imprese debbano essere aiutate con sovvenzioni a livello europeo.

Si sono identificate, così, le società̀ europee del settore auto, quasi tutte francesi e tedesche, e si sta preparando un piano di intervento.

Per la cronaca, fra gli altri cluster, l’attenzione è posta sul medico-farmaceutico, con l’obiettivo strategico di ricondurre in Europa la produzione che, in nome dell’iperliberismo, si è trasferita all’estero generando una inevitabile crisi del sistema sanitario.

Il piano d’intervento proposto da Thierry Breton, commenta “Handelsbatt”, tralascia le profonde differenze intercorrenti fra le visioni dei paesi del Nord Europa e quelli del Sud Europa.

I primi (Nord) non hanno dubbi che gli aiuti debbano essere conferiti solo sotto forma di prestiti; i secondi (Sud) pretendono che gli aiuti debbano essere sotto forma di sovvenzioni.

Un dualismo insolubile in questa architettura europea.

Per la cronaca, L’Handelsblatt (giornale commerciale) è un quotidiano tedesco di economia e finanza, pubblicato da Verlagsgruppe Handelsblatt a Düsseldorf.

Esso sostiene che:

fra la visione italiana, ciecamente europeistica, e quella empirica tedesca vi è la stessa differenza che può esservi fra un fanatico religioso che ancora appoggi la visione tolemaica dell’universo ed uno scienziato scettico: il primo si basa su una credenza, il secondo sui fatti. Questo fa si che le due visioni siano completamente incomprensibili, anzi che le due parti parlino una lingua incomprensibile l’una per l’altra”.

Quindi, secondo la visione del Nord Europa, i soldi per gli aiuti, ad esempio per l’industria automobilistica, soprattutto franco tedesca, dovrebbero provenire da un aumento dei contributi europei dei singoli stati:

l’Italia dovrebbe contribuire, quando non ha soldi nemmeno per sé stessa; oltre che questo significherebbe aumentare il debito nazionale e incamminarsi verso una spirale senza uscita per il nostro Paese.

Ma, perché la Germania pretende un aiuto europeo e non fa da sé, quando aumentare il suo debito pubblico sarebbe quasi una semplice operazione contabile?

Perché, nella “combine”, c’è anche la Francia che non può fare da sé.

Questa misura, però, sarebbe devastante per i Paesi del Sud Europa.

Questa Europa, ci spiace, ma è fatta da furbi di tre cotte!

Il nòcciolo è che i Paesi del Sud Europa, come l’Italia, hanno la necessità impellente di monetizzare il debito; o, in alternativa, convertire il debito in “monetizzazione interna” per far ripartire la domanda interna rispettando le peculiarità intrinseche dei singoli Paesi.

Da quest’orecchio la Unione Europea non ci sente né ci sentirà. Non illudiamoci.

Chi fa da sé, fa per tre!

Infatti, le soluzioni necessarie sono infattibili per questa formulazione dell’Europa e mentre attendiamo l’Europa, che si permette di prendere tempo che non esiste, il Paese va verso lo sfascio.

Print Friendly, PDF & Email