Da l’amore al tempo del colera di Marquez al mio tempo del corona

 

Pierfranco Bruni 

“Bisogna sorvegliarsi senza tregua per non essere spinti, in un minuto di distrazione, a respirare sulla faccia d’un altro e a tras mettergli il contagio. Il microbo, è cosa naturale. Il resto, la salute,  l’integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà e d’una volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile. E ce ne vuole di volontà e tensione per non essere mai distratti; sì, Rieux, essere appestati è molto faticoso”, così Albert Camus in  “La peste”.”L’ignoranza in fisica può produrre degl’inconvenienti, ma non delle iniquità; e una cattiva istituzione non s’applica da sè”. È Alessandro Manzoni nel suo saggio sulla infame colonna. Un tempo la peste. Un tempo la lebbra. Un tempo il colera. Siamo ad un nuovo tempo. Quello del virus a forma di corona. Nessuno può essere immune.  Da “La colonna infame” a “La peste” di Albert Camus sino a “L’amore al tempo del colera”.La solitudine dei centanni raccontata da Marquez è una sintesi che si somma al colera.  Ma è di Marquez che voglio parlare. Cosa è  stato Gabriel García Marquez per una generazione che più volte, negli anni Settanta, ha letto e riletto “Cent’anni di solitudine”? E poi l’amore negli anni del colera e poi la tristezza delle puttane… Il romanzo più malinconico è quello sul colera. Mi ricorda un pensiero di Lucrezio: “Una tal causa di contagio un tale mortifero bollor già le campagne ne’ cecropi confin rese funeste,  fe’ diserte le vie, di cittadinispopolò la città”.

Così come disse Gogol riprendendo una frase di Tucidide. Gogol: “Più contagiosa che la peste la paura si diffonde in un batter d’occhio”. Tucidide: “Atene fu distrutta dalla paura della peste, non dalla peste”.

Variazioni in tema e oltre. Considero Marquez riferimento insieme a Camus. E poi i racconti che raccontavano le donne nella America del Sud tra il mondo boliviano e i balli cubani… Marquez, non maschero nulla, è stato lo scrittore che non ho tanto amato negli anni irregolari della mia inquieta e rivoluzionaria stagione universitaria. Poi ho riletto quelle pagine in cui la solitudine era un precipitato dell’esistenza e ho ritrovato la dispersione di un tempo tra amore e disamore e il tremore di un popolo, oltre il fascino di quelle donne che si portano sulla pelle e negli occhi la rabbia la passione e il mare. Ora è un romanzo al quale resto legato. E poi è tra i libri che mi è stato regalato da mio padre e sono libri intoccabili e segnati dalla vita.

Possono anche esserci cent’anni di solitudine e non si supera perché la solitudine resta senza la conta degli anni. Lo scenario è quello che poi ho tanto amato in Jorge Amado con il personaggio di Gabriella anzi Gabriela, con i profumi di cannella o il mare morto con la morte di un amore.

La musicalità è quella che mi ha attraversato con i romanzi e la poesia di Alvaro Mutis che attracca ai porti columbiani i destini dei marinai e delle donne che non smettono di essere puttane. Perché le puttane hanno il gioco e la tristezza e nella tristezza hanno lo sguardo delle notti insonne.

Come quell’amore al tempo del colera che è una pagina di agonizzante fine e di una implacabile poesia.

Così come il personaggio del patriarca che raccoglie, in uno spazio che non conosce n’è tempo n’è storia, passaggi di generazioni e destini di uomini dal pensiero inciso nella tradizione e dalle mani callose che hanno stretto furono di terra e corde di acque salate.

Marquez ha segnato anche un “genere” al di là del Nobel che ormai si nega a pochi.

Proprio in “Cent’anni di solitudine” la scrittura diventa devastazione della sintassi. Ma questo è un bene. È stato un bene in una letteratura o falsamente sperimentale o marcatamente marxista e accademica. Rompe le strutture e il romanzo assume il viaggio di un respiro. Può piacere o memo, può essere nella volontà dei  desideri o delle scelte ma Marquez resta uno scrittore con le palle. Il suo incontro con Fidel? Mi riguarda, oggi, poco. Ci credo a ciò che ha dichiarato, ovvero di non essere mai stato un comunista. Ma anche se fosse…

La sua scrittura non conosce i limiti ischemici degli “ismi”. Ma tanto si muore ugualmente. Si è ironici e tristi. La vita si misura osservando gli occhi delle puttane tristi come in uno delle sue ultime pagine del romanzare l’inquieto del vivere. Era nato nel 1927. È morto nel 2014.

Tutto questo cosa ha a che fare con il corona virus? Tutto è contestualizzabile. La letteratura è il racconto di un passaggio e una tregua del tempo.

Ma anche Boccaccio parlando della peste racconta: “lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura…”.

Camus comprende tutto ciò: “Dal momento in cui la peste aveva chiuso le porte della città, non erano più vissuti che nella separazione, erano stati tagliati fuori dal calore umano che fa tutto dimenticare. Con gradazioni diverse, in tutti gli angoli della città, uomini e donne avevano aspirato a un ricongiungimento che non era, per tutti, della stessa natura, ma che, per tutti, era egualmente impossibile”.

Come è attuale! L’amore al tempo del colera è stato un tempo indissolvenza. È una testimonianza di un vissuto eroico come in Camus e il narrare la peste: “In verità, tutto per loro diventava presente; bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”.

Proprio i contatti i rapporti tra persone creano timore come ben ha raccontato Boccaccio: “fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagli infermi di quella per lo comunicare insieme s’avventava a’ sani, non altramenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare cogli infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccator transportare”.

Cosa ci resta? La solitudine.

Centanni o forse meno.

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