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(Pierfranco Moliterni)

Fino a pochi giorni fa, pochi addetti ai lavori sapevano che il Conservatorio statale ‘Piccinni’ di Bari conta circa 30 cattedre di pianoforte principale! Un dato incontrovertibile, assoluto, nel novero degli istituti musicali meridionali se non addirittura nazionali. Come mai? Molti spettatori della prima edizione del BARI PIANO FESTIVAL- Risuona la città hanno appreso quel dato, non solo statistico, grazie agli eleganti dépliants appositamente approntati dal Teatro Pubblico Pugliese (uno dei maggiori promotori e organizzatori dell’evento) che facevano da cornice informativa agli otto e più concerti facenti parte del programma generale, il cui unico e vero “guru” è il bravissimo e intelligentissimo maestro Emanuele Arciuli, anch’egli storico docente dell’istituto barese. Ma si dà il caso che proprio Arciuli è testimonianza vivente e diretta di tale ‘tendenza’ iperpianistica che affonda le radici (e le sue motivazioni storiche) in una figura internazionale che ‘la Bari’ della musica ha per molti anni ignorato.

E parliamo di Nino Rota, colui che tutti conoscono per essere stato l’autore delle colonne sonore dei maggiori films di Federico Fellini amico e sodale per lunghi e laboriosi anni. Rota in effetti è stato per più di 50 anni il direttore del Conservatorio e quindi si deve a lui, e a lui solo, la scelta programmatica di dotare Bari di una vera e propria “scuola pianistica” che risale ad almeno cinquant’anni fa e con docenti storici i cui nomi (a tacer d’altri) sono quelli di Michele Marvulli, Marisa Somma, Ornella Puliti Santoliquido, Marta Grilletti, Rosa Santamato, Lia de Barberis, Franco Ruggero che è stato il primo maestro di pianoforte di Riccardo Muti allorchè questi risiedeva a Molfetta. Da essi sono poi direttamente derivati quelli di oggi, come, ad esempio, il massimo Benedetto Lupo seguito da Beatrice Rana e appunto Emanuele Arciuli per altro supportati, essi, da nomi che qui citiamo a memoria senza nulla togliere agli altri: Pierluigi Camicia,Valfrido Ferrari, Gianna Valente, Gregorio Goffredo, Pasquale Iannone, Maurizio Matarrese, Luigi Ceci, Angela Annese. Una bella e nutrita schiera, non c’è che dire… ma che per molto, troppo tempo storico è stata come isolata in una torre eburnea staccata,  in via Brigata Regina n. 27, aliena dalla realtà cittadina e chiusa alle altrui sollecitazioni. Finalmente, ed era ora!, qualcosa si è mosso, merito esclusivo di uno di essi, appunto, del barese Emanuele Arciuli (premio della critica musicale Abbiati e nomination per i Grammy Award) splendida persona, intellettuale a tutto tondo profondamente legato alla città natale ma poi capace di rapportarsi al circuito internazionale – spesso egli suona negli USA dove è anche apprezzato docente in alcune università.

Dunque il pianoforte, e il repertorio contemporaneo con le sue implicazioni anche problematiche ma ‘vive’, è salito sulle pedane concertistiche baresi per la prima edizione 2018 del <<Bari Piano Festiva>>. Così ha sottolineato il Maestro Arciuli: “il festival è nato con diversi obiettivi: rendere omaggio al pianoforte, uno strumento che la nostra terra ha saputo portare ai vertici del concertismo internazionale e che continua non sono ad essere lo strumento più amato ma anche il più adatto a segnare le evoluzioni del linguaggio musicale e dar conto della vastità e molteplicità della scena artistica odierna. Proporre modalità alternative di concerto, portando la musica in luoghi insoliti e irrituali, ma soprattutto cercando di coinvolgere un pubblico, potenzialmente vastissimo, che magari non frequenta abitualmente le stagioni classiche, ma ha un rapporto forte e appassionato con la cultura in senso lato (cinema, letteratura, mostre d’arte, world music, jazz etc.). Ma anche dare spazio ai giovani musicisti – accanto a nomi acclamati e magari poco presenti sulla scena pugliese – e ai nuovi linguaggi della contemporaneità”.

Anche quelle che, con brutto americanismo a noi inviso si chiamano locations,  hanno avuto un senso, un significato di coinvolgimento civile oltre che musicale. Come infatti non dimenticare il Fortino (per l’anteprima), Torre Quetta (concerto all’alba e concerto al tramonto), parco 2 Giugno (per la maratona dei giovani talenti), Castello Svevo (per la maratona di musica contemporanea), largo Albicocca (per la maratona di musica jazz), sagrato della Basilica di San Nicola (per il concerto serale), ospedali, Istituto Oncologico, Casa circondariale ed altri luoghi di sofferenza e disagio che, invece, offrivano condivisione di esperienze estetiche e creative in uno con abitazioni private (House Concerts), librerie (Zaum, Laterza, Quintiliano), gallerie d’arte. Abbiamo assistito a quasi tutti questi concerti e infine all’ultimo di essi nella suggestiva e affollata spiaggia libera di Torre Quetta laddove si esibiva la pianista cubana Marialay Pacheco; francamente ignoravamo l’esistenza stessa di una scuola cubana del jazz, e la pianista d’oltre oceano ha messo fine a questa nostra personale ignoranza. Magari ella stessa forte di uno stile improvvisativo lontano dalle astruserie intellettualoidi europee (free e cool), ma senza meno accattivante e coinvolgente.

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