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A cura di Pierfranco Moliterni

Sono passati non più di dieci giorni da quando il mondo internazionale dello spettacolo ha pianto la improvvisa scomparsa dell’ultimo ‘folletto’ del teatrodanza novecentesco: Lindsay Kemp ci ha lasciato ad ottant’anni suonati in quel di Livorno, città toscana in cui aveva deciso di andare a vivere, definitivamente, lui girovago per antonomasia nato nel 1938 e cresciuto nell’Inghilterra del Nord, dapprima destinato ad una carriera militare subitamente interrotta con l’ espulsione perchè ideatore di una Salomé che era ricoperta solo di carta igienica! Kemp si spostò quindi nella Londra del ’68 e ne impersonificò i tratti più peccaminosi e transgender, sodale e poi amico intimo di alcuni di quei protagonisti, da David Bowie a Ken Russell a Charles Weidman. Fu in quel clima sessantottesco che ideò uno dei suoi mitici spettacoli poi replicati in giro per tutto il mondo, Flowers, che venne ospitato, nell’ottobre del 1981, al teatro Petruzzelli di Bari rimesso a nuovo nelle proposte davvero di taglio internazionale dalla gestione Pinto-Pagliaro a cui si devono alcuni tra i migliori spettacoli mondiali di quel tempo felice e irripetibile. Furono gli anni di un decennio d’oro che videro passare, sul palcoscenico del teatro di corso Cavour, indimenticabili spettacoli di TeatroDanza firmati, a tacer d’altri, da Roland Petit, Maurice Bèjart, Jerome Savary, Rudolf Nureyev, Carolyn Carlson, Tadeus Kantor, Victoria Chaplin, Giorgio Strehler, Carmelo Bene, Eduardo De Fiippo.

Per parte sua, il folletto inglese Kemp, ci passò per ben altre quattro volte, da 1981 al 1986 alla testa della sua ‘Lindsay Kemp Company’- di cui egli era insieme danzatore,attore, regista e autore di scene e costumi grazie a spettacoli storici come Sogno di una notte di mezza estate, Nijinsky, The big Parade, Onnagata, Alice e ancora Flowers. Fu pertanto capace di creare dal niente uno stile, un tratto riconoscitivo che molto deve all’insegnamento di un altro grande mimo di quegli anni (il francese Marcel Marceau) anche se quel debito non descrive in toto il suo “stile” personale e inconfondibile tanto che qualcuno ha detto che “chiamare Lindsay Kemp mimo è come definire Mozart un semplice pianista”.

Spettacoli dunque in ‘quel Petruzzelli’ di quegli anni magici (su cui forse varrà la pena ritornare un giorno per Polis), indimenticabili, che andrebbero riproposti, analizzati, fors’anche studiati per coglierne aspetti del tutto innovativi, rivoluzionari come quelli inventati da Kemp: porno-varietà, deliri punk, sogni psichedelici con corpi immersi in flussi di fumo, giochi di masturbazioni ed esibizioni mimico-facciali stranianti e dal forte impatto emotivo. In Flowers derivato da una personale lettura di Genet, come ha scritto una fine esperta come Leonetta Bentivoglio con cui concordiamo in toto per aver visto noi stessi e con i nostri occhi catto-piccolo borghesi sconvolti da tanta ‘peccaminosità’: “c’era tutto un cosmo visitato da puttane, carcerati, militari, ballerini uomini in tutù, angeli alati e sadici assassini”.

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