0 5 minuti 4 anni

Un interessante e per davvero unico programma è stato presentato al teatro Petruzzelli per la stagione di concerti, domenica 10 giugno, tutto incentrato su musiche del ‘900 e della contemporaneità come una sorta di sfida allo svecchiamento dei gusti del pubblico che, come si sa, è uno dei problemi che attanagliano la gestione dell’ente lirico barese. Abbiamo ascoltato una appena discreta esecuzione della Cantata profana I nove cervi fatati per tenore, baritono, doppio coro e orchestra: esecuzione piuttosto confusa e penalizzante. Nel 1931 il suo autore, il rumeno Bèla Bartók, scriveva che “di rumeno qui c’è solo il testo, il materiale tematico è di mia propria invenzione e non è neppure rimodellato su musiche popolari rumene”. La storia narrata in musica riunisce una colinda (canto popolare) che racconta dei nove figli di un cacciatore educati dal padre alla sola caccia e trasformati, per un misterioso incantesimo, in altrettanti cervi. Ritrovati dal padre  che dopo aver tentato di farne preda li riconosce e li supplica di tornare a casa, i nove cervi respingono l’invito, consci ormai della loro nuova condizione che li esclude definitivamente dal consorzio umano. Seguiva la attesissima performance di Emanuele Arciuli, il ben noto pianista barese tra i pochi di spolvero internazionale, molto apprezzato negli USA dove spesso si propone in applauditi concerti e masterclass, e dove si è radicato in quanto musicista a tutto tondo con inusitati riverberi culturali in quanto egli autore ‘persino’ di testi monografici di largo successo editoriale (cfr. il suo Musica per pianoforte negli Stati Uniti, Edt 2010 pagg. 329).

Arciuli qui non si cimentava con l’amatissimo repertorio americano, ma col più che famoso Terzo Concerto per pianoforte e orchestra di Bartòk esempio preclaro della tarda maniera stilistica del suo autore: chiarezza tonale che mira alla serena pacatezza della contemplazione, alla raffinata concertazione. Il primo movimento, Allegretto, è in forma sonata animato da una grandiosa melodia espressamente ungherese, esposta prima dal pianoforte e poi ripresa dall’orchestra: il pianoforte e la mano del solista cantano, propongono e l’orchestra raccoglie, integra e sviluppa quelle idee. Cuore del Concerto è l’Adagio centrale: due sezioni imperniate su una melodia corale del pianoforte racchiudono un episodio intriso quasi di religiosità. Questo distacco si oggettiva con un risvolto ironico nell’Allegro vivace finale che il pianoforte attacca con gesto perentorio subito dopo l’Adagio: rondò tradizionale, giocato sull’alternanza del ritornello sincopato, ritmicamente incisivo, con un fugato sublimato dal piglio virtuosistico del solista e con un finale travolgente di botta e risposta che lascia senza respiro nella attesa della sua conclusione. Emanuele Arciuli ci si è mostrato musicalmente, dunque, per quello che è e che conosciamo e apprezziamo, da sempre, al di là della sua intelligenza e amabilità caratteriale davvero unici in un mondo di esasperati personalismi come è quello che distingue la musica colta d’alto livello:  estrema chiarezza e padronanza tecnica negli ardui passaggi del III movimento (Bartòk stesso era stato un virtuoso dello strumento), cantabilità raffinata, caleidoscopio di sonorità e di fraseggi da manuale. Non c’è che dire, una esecuzione, la sua, degna di stare accanto a quella dei grandi della tastiera dei nostri giorni e quindi un nostro privilegio averlo ascoltato insieme al pubblico entusiasta che affollava il teatro barese (due bis).

Ma a saper ben interpretare l’Emanuele Arciuli pianista-intellettuale, ecco che appena terminata la esibizione bartokiana, la sua ‘sacra ombra’ ancora aleggiava all’interno del teatro quando l’orchestra della Fondazione (appena discretamente diretta da Denis Russel Davies) ha attaccato la Sinfonia n. 7 di Philip Glass, uno dei guru indiscussi della minimal music americana insieme a La Monte Young, John Adams, Steve Reich. La musica  minimalista è stata il manifesto del postmoderno perché ha intercettato musica colta europea, jazz, rock, world music, gamelan, musica indiana e persino musica dei nativi americani come qui, come in questo brano. Glass divide la sua settima sinfonia in tre tempi quasi sempre incardinati sulla ripetizione di brevi motivi diatonici (temi) abilmente variati da scarti ritmici e da tempi irregolari. Una sorta di ‘incantamento fine a se stesso’, come ebbe a definire il minimalismo americano Luciano Berio tanti anni fa; una sinfonia costruita su tre mitopoiesi, una specie di trinità del popolo indio-messicano Wirraka: The Blue Deer (il cervo), The Corn (il granturco), The Hikuri (la radice sacra).

Print Friendly, PDF & Email