Così è andato disperso un patrimonio storico di uomini e cultura, unico nel suo genere che il Mezzogiorno possedesse…

Stefano de Carolis

Il mestiere del funaio o cordaro, è antico quanto l’uomo; un’arte plurimillenaria fondata su una tecnica manuale di estrema facilità, in cui intervengono due fattori apparentemente semplici, il giunco (che deriva dal verbo “giungere” ossia legare), e il meccanismo della ruota.

Nell’antica Roma il mestiere del funaio era chiamato “funitortor” o “resticularius”, tradotto letteralmente con il termine di “intrecciatore o avvolgitore di giunchi”. Per ben comprendere l’importanza di questo antichissimo ed affascinante mestiere, è sufficiente ammirare alcune tombe egizie risalenti al II° millennio a.C., al cui interno, durante gli scavi, gli archeologi hanno rinvenuto dipinti e affreschi che rappresentano l’immagine più remota che si conosca del funaio, che lavora indietreggiando man mano che la fune si intreccia. Da qui, col trascorrere dei secoli, spinto dalle diverse influenze linguistiche, si è tramandato sino ai giorni nostri il termine gergale del “maestro all’indietro”.  Tanto che, se antica è l’arte del funaio, non meno antica è la sua terminologia lessicale.

L’utilizzo del meccanismo della ruota, da parte del funaio, ha un uso più tardivo. Tuttavia, da quanto si può ammirare nelle rappresentazioni d’arte egizia, si riscontrano tutti gli elementi necessari per ben comprendere le peculiarità del mestiere del funaio, con il passo cadenzato all’indietro e le movenze con cui intrecciava la fibra facendola scorrere nel palmo della mano.

Importanti sono gli strumenti, le forme di lavoro e i manufatti attinenti all’arte del funaio, come documentano le tante voci e termini dialettali, riferite a quest’arte. Parole quasi tutte estranee alla lingua italiana, testimonianze superstiti di un mondo che il progresso tecnologico ha definitivamente travolto e cancellato. Termini come: nzjìirte, intreccio, treccia, dal latino sero, legare insieme, intrecciare; nghiuèmere, gomitolo/gomitoli dal latino glomus; zòche, dal greco zeugnumi, unire, legare.

Nella nostra regione sino a qualche tempo fa, volgarmente si usava dire: “Ti stai comportando come il cordaio, al posto di andare avanti te ne vai all’indietro”. Questa locuzione era la classica espressione usata dai nostri nonni allorquando, molto contrariati e arrabbiati, in malo modo rimproveravano i propri figli che non progredivano nello studio o nell’apprendimento di un determinato mestiere.

Sono passati quattro millenni durante i quali l’uomo nella sua evoluzione socio-economica, per procurarsi le leve e gli attrezzi indispensabili al suo lavoro quotidiano, ha dovuto ricorrere all’utilizzo delle funi e delle corde d’ogni tipo e grandezza, sia in agricoltura che nella pesca. Per questa esigenza, ha dovuto necessariamente intrecciare materiali naturali di vario genere: budella di animali, le pelli, il papiro, la canna, la fibra di palma, la canapa, il lino, la lana, lo sparto, il pelo di capra e cammello. E per produrre le corde, ha dovuto persino intrecciare i capelli delle donne. Tra i materiali, soprattutto in puglia, il più usato dai funai è stato il giunco (juncus acutus), genere di pianta della famiglia del ‘juncaceae’. Il più economico e il più redditizio, pianta erbacea che vegetava in abbondanza nelle zone paludose e costiere di tutta la regione.

Nella tradizionale civiltà contadina, ruotavano una serie di altri mestieri che con le nuove tecnologie e con l’evoluzione dei tempi, hanno fatto scomparire quel patrimonio terminologico e culturale legato ad essi. Immagini, ricordi, scene di vita quotidiana e di lavoro, che vivono ancora nei nostri ricordi di bambini.

In Puglia la figura professionale del ‘cordaro’, era legata a quella altrettanto importante del ‘fiscolaio’ che, oltre a corde e funi di vario genere, produceva in modo parallelo, un altro importante elemento legato al mondo dei trappeti con la lavorazione e produzione dell’olio d’oliva, ‘i fiscoli’ (fisckele).

Il fiscolo (dal lat. Fiscus o fiscina, borsa, cesto, canestro) si produceva intrecciando sapientemente cordame di giunco, cocco, pelo di capra e capelli di donna (quest’ultimi acquistati dal fiscolaio dai parrucchieri per donna). I fiscoli fatti con il pelo di capra erano i più richiesti, soprattutto dai proprietari dei trappeti del meridione d’Italia. L’utilizzo di questa tipologia di fiscolo, però, a seguito della pressatura della pasta d’olive, rendeva l’olio di cattiva qualità, in quanto il pelo di capra alterava tutte quelle caratteristiche organolettiche e nobili dell’olio d’oliva, in particolare rendeva il suo sapore a dir poco nauseante.

Normalmente il cordaro produceva i fiscoli durante la stagione estiva, per poi venderli ai proprietari dei frantoi durante la campagna olearia che si svolgeva da ottobre a marzo. Alcuni trappetari, acquistavano grosse partite di giunchi che potessero servire loro in tutta l’annata, e assoldavano i fiscolai a intessere i fiscoli all’interno del proprio trappeto.

Questo umile e instancabile artigiano, pur operando con materie prime molto povere, ha avuto una importanza sociale ed economica anche nella nostra regione, dove da sempre l’economia si è basata su agricoltura, pastorizia e pesca.

Il cordaio con la sua inseparabile e grande ruota, costruita rigorosamente in ferro e legno, e con i suoi attrezzi del mestiere, operava nei piccoli e grandi centri durante le faticose e interminabili ore di lavoro, ed era attorniato dai tanti ragazzini che per qualche centesimo di lira o per un pezzo di pane si dedicavano a far girare la ruota “menare la ruota”. A Bari i cordai operavano nei pressi della spiaggia del Filosofo “Felòscene” al fianco del teatro Petruzzelli.

Il filosofo tedesco Nietzche, nel suo libro “Così parlò Zarathustra” 1883-1885 scrive: “…in verità non voglio assomigliare ai funai: essi tirano in lungo le loro funi e intanto camminano a ritroso…”

 

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Di Polis Notizie

Redazione

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