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di Vincenzo Dilena

Lino Angiuli (Valenzano (Ba) 1946) è poeta e scrittore italiano. Vive a Monopoli (Ba), dove ha diretto per la Regione Puglia un Centro di servizi culturali. È tra i fondatori di riviste letterarie, tra cui «incroci» (editore Adda). Suoi testi poetici sono stati tradotti in altre lingue. Della sua produzione letteraria si parla in antologie, storie letterarie ed enciclopedie della Letteratura italiana.
Quando ha iniziato a scrivere poesie?
A 18 anni
Come definirebbe la poesia?
Sono così tante le definizioni che sono state date alla Poesia, che non è il caso di trovarne un’altra. Per me essa è una necessità ; il modo più bello, più affascinante, più difficile per manifestare ciò che si vive dentro e fuori di sé.
Ha un autore di riferimento? Uno con cui sente delle affinità ?
Si!Ho iniziato a scrivere quando mi sono innamorato di Garcia Lorca e ho notato che le sue metafore erano simili a quelle che usava mia madre. Per esempio mia madre era solita dire in dialetto «je, acquanne ière giovene, ière u arue de la rise!”, con una metafora che avrebbe potuto usare Lorca. Diciamo quindi che la predisposizione poetica mi è giunta per via materna, dove per “materna “ intendo dire qualcosa di più rispetto al riferimento anagrafico; mi riferisco cioè alla cultura della “matria”, che è la nostra cultura antropologica.
Esiste un momento o una situazione ideale per lei che la mette maggiormente in contatto con “la musa ispiratrice”?
La prima volta che ho scritto una cosa ero sul terrazzino di casa. Era l’ora del tramonto, l’ora che per antonomasia è l’ora dell’emotività. Al liceo classico, prendevo sempre quattro in italiano scritto, ma in quel momento ho provato la cosiddetta ispirazione e ho avuto l’urgenza di trascrivere le forti emozioni che provavo di fronte al tramonto. Col tempo, però, sono diventato più distaccato, meno romantico e più “laico” nei confronti del concetto d’ispirazione. Oggi penso che la poesia sia un lavoro officinale e che non ci sia un orario speciale, se non quello in cui decidi di metterti a lavorare con le parole, senza attendere che giunga l’illuminazione. Quasi mai si scrive di getto; si parte da uno stimolo, ma poi ci si mette al lavoro sul foglio. Infatti scrivo solo se ho un’idea “architettonica” cui applicarmi. Ogni mia opera, quindi, nasce da un progetto strutturale ben preciso.
Da anni vive a Monopoli. Ora che guarda Valenzano e le sue dinamiche“da lontano”, dove crede stia andando il paese come comunità? Esiste ancora il senso di comunità a Valenzano?
Purtroppo vedo che va da nessuna parte. La comunità è bloccata, non ha stimoli di sviluppo e crescita, sembra sospesa in una fase di stasi e senza un progetto; e poi purtroppo vedo il degrado ambientale: basta farsi un giro nelle campagne e nelle periferie per capire.
Ha scritto alcune opere che riguardano Valenzano sulla cultura e le tradizioni del nostro paese, e anche molte poesie nel dialetto valenzanese. Cosa rappresenta per lei il dialetto e che rapporto ha ora con esso?
Ho scritto ultimamente un articolo su «La Gazzetta del Mezzogiorno» in cui dico che Il parlante dialettale va considerato come “madrelingua”. Cioè il dialetto ha una sua dignità di lingua. Nel mio caso esso costituisce il mio inalienabile imprinting linguistico, tant’è che, pur vivendo a Monopoli dagli anni 70, quando parlo con me stesso, uso la parlata dialettale. Quarant’anni di lontananza fisica non hanno modificato questo legame. Ho deciso di servire questa lingua, specie nei primi anni della mia attività di scrittore. Nel tempo poi ho continuato a servirla trovando un modo creativo per permettere al dialetto di uscire dai confini del paese.
Ha pubblicato tanti libri e altrettanti sono stati i riconoscimenti ottenuti in ambito letterario; l’ultimo “riconoscimento” che le hanno attribuito è un libro, dal titolo” Un verso l’altro – ovvero, incroci per i 70 anni di Lino Angiuli “(Adda) nel quale scrittori e artisti hanno voluto omaggiarla celebrando la sua opera. Che rapporto ha l’uomo Lino Angiuli, quello che ha scritto «so nate jind’alla terre de le pete» col poeta e letterato ormai riconosciuto di cui si parla nelle antologie e nelle storie letterarie? Cosa è rimasto in lei ora, di quella campagna e di quell’infanzia a Valenzano? E quanto di quella che era la Valenzano della sua ”infanzia” è sopravissuto nel paese?
Per mia fortuna non mi sento personaggio. Non si diventa mai nessuno se non se stessi quando va bene, ed è un percorso che non passa attraverso la vetrina, ma attraverso il lavoro su se stessi e sull’intimità. Certamente certe manifestazioni e riconoscimenti sono bellissimi e mi inorgogliscono, ma non sono gli altri che devono darti conferme sul tuo viaggio. Se si diventa schiavi dell’applauso e della conferma non si riesce a dare niente.
Si parla tanto del fenomeno dell’immigrazione verso l’Italia specie dall’Africa e dall’est europeo, ma meno attenzione probabilmente si presta al fenomeno contrario, dei giovani e meno giovani che per mancanza di lavoro emigrano dalle piccole realtà del sud verso le città del Nord Italia o verso l’estero abbandonando le proprie radici e la famiglia. Cosa pensa di questo fenomeno? Anche in virtù di questo effetto di movimentazione umana quale sarà secondo lei il futuro demografico di Valenzano? La storia dell’uomo è storia di migrazioni. La migrazione è nella natura umana e quelle attuali sono frutto di grosse contraddizioni storiche. Il cosiddetto Occidente non può considerare male quelli che arrivano qui dopo che gli ha regalato guerre. Uno che ha vissuto in una certa comunità cosa può fare quando si sposta? Be! qui ci vuole cultura! Se porto la valenzanesità in un posto qualunque senza interagire, non faccio altro che chiudermi, mentre si può essere valenzanese e planetario: difficile ma possibile. La mia identità di base me la porto appresso però se eccedo in questo mi privo della possibilità di arricchirmi di quello che mi viene dall’altro. Un grande filosofo contemporaneo, Levinas, afferma infatti che «la mia identità me la fornisce il volto dell’altro». Posso capire chi sono guardando la differenza che vedo nell’altro. È un difficile gioco di equilibrio tra identità e alterità. Quanto al futuro demografico, ti risponderò quando acquisterò una palla di vetro, ma è evidente che esso è legato mani e piedi dalle sorti del vicino capoluogo.
I social network hanno messo in luce nuove forme poetiche che potremmo chiamare “di tipo 2.0” . Molti infatti usano internet per esternare frasi poetiche o fotografie di paesaggi che rimandano al sentimento e alla poeticità.Uno scrittore “vecchia generazione” cosa pensa di questa nuova forma di espressività ? Pensa che sta venendo meno la poeticità nelle nuove generazioni abituate al “tutto e subito”? La poesia è un’esigenza del genere umano. L’uomo ha bisogno di creare immagini, di dire anche che “il mare oggi è un olio”. Cosa farne di questa esigenza? Andare subito sui tasti per esibirsi come poeta? Il discorso dei social è molto più ampio.
Io non sono pratico di Facebook, ma sono aperto a queste comunicazioni che hanno tanti lati positivi, come tutte le strumentazioni umane che presentano vantaggi e svantaggi. Ho però l’impressione, vorrei sbagliarmi, che questo strumento sia una palestra di narcisismo e una illusoria fuga dalla solitudine. Se sento l’esigenza di descrivere tutto quello che si fa in una giornata, forse vuol dire che non so stare con me stesso e ho bisogno di rumore comunicativo. Ecco, da questo punto di vista questi mezzi c’entrano poco con la poesia, la quale invece ha bisogno di silenzio, disciplina, concentrazione. La pagina bianca su cui si va a scrivere è proprio rappresentativa di questo silenzio. L’angoscia che si prova quando si deve mettere la prima parola su un foglio bianco è qualcosa di solenne e sacramentale. In tutti i modi il “tutto e subito” e il bisogno di comunicazione immediata è sempre esistito, solo che ora viene messo in maggiore evidenza con questo mezzo che è nato per soddisfare proprio questo modo di vivere piuttosto superficiale.
Poche settimane fa è venuto a mancare suo fratello maggiore, Peppino, anche lui poeta e tra i custodi del cuore antico della Valenzano di un tempo. Raffaele Nigro lo ha definito “ poeta nella vita prima che nelle carte”. Chi era per lei Peppino Angiuli? Al di là del rapporto di parentela come descriverebbe Peppino Angiuli a chi non lo ha conosciuto?
Ho avuto un rapporto conflittuale con mio fratello, anche per via della differenza di età (17 anni). conflitto dovuto al fatto che entrambi dovevamo “conquistarci” la madre. Questi sono però conflitti ordinari nella dinamiche intrafamiliari. Gli sono riconoscente perché, a modo suo, si è comunque preso cura di me. Penso che abbia servito bene la sua comunità e mi auguro che la sua comunità si abbeveri un po’ a quello che lui ha lasciato, perché ha lasciato un monumento in cui è depositata Valenzano e la sua cultura che viene da lontano. Tutti i paesi avrebbero bisogno di quattro cinque Peppino Angiuli, perché quelli come lui mettono a disposizione dei compaesani tutti gli strumenti per vivere in un luogo con maggiore consapevolezza culturale. Ma penso sia stato riconosciuto dalla sua comunità come portavoce dell’identità collettiva.
E’da poco stato pubblicato il suo ultimo lavoro viacrucis terraterra . Ci parli di questa sua ultima opera. Quali progetti ha per il futuro?
Si tratta della Via Crucis scritta da un “compaesano”, un uomo della strada che si affida al cuore per sintonizzarsi con la vicenda di Cristo. Penso che non avrei potuto scrivere questo lavoro se non mi fossi calato per molti anni nell’atmosfera del Venerdì Santo valenzanese. Progetti per il futuro? Continuare a scrivere mettendo in relazione creativa l’io e il noi.

In foto, l’autore con uno dei suoi libri presenti nel fondo a suo nome depositato presso la BIBLIOTECA COMUNALE MONS. A. AMATULLI – NOCI, nella quale è conservata e catalogata tutta la sua produzione letteraria.

 

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