di Francesco Di Bello

L’illusione di libertà donataci dalle nuove tecnologie, ci fa sentire idonei nell’esprimere le nostre opinioni liberamente in merito a qualunque argomento ci passi per la testa. Non è più importante se qualcuno ha competenze o meno riguardo all’argomento su cui si esprime, l’importante è poter dire la propria, giusta o sbagliata che sia, pur di “esistere”. La cultura dell’omologazione è diventata sinonimo di appartenenza ad un genere umano o ad una parte di esso che vorrebbe presentarsi come quello più evoluto e la maggior parte dei cittadini ambisce a voler essere in questo sistema per poter così dire, dopo secoli di silenzio, “ci siamo anche noi”. E così oggi tutti sono connessi sentendosi liberi di scrivere, dire, criticare, offendere e importunare chiunque. Le medaglie hanno però due facce, pertanto anche questa improvvisa e in realtà incontrollata libertà di espressione finisce con l’avere un lato oscuro.
Nei decenni scorsi, un’importante fetta della cinematografia fantascientifica si era spinta ad ipotizzare una società completamente controllata per mezzo di micro chips, installati spesso con la forza e la coercizione nei corpi dei soggetti, da autorità dittatoriali e tiranniche che ambivano al completo controllo della popolazione; nella realtà, che supera spesso la fantasia, la cosa è riuscita in maniera molto più subdola e “intelligente” rendendo quell’oggetto atto al controllo dell’individuo, uno degli strumenti più desiderati ad ogni latitudine del pianeta, trasformato peraltro, dalle multinazionali delle comunicazioni, addirittura in uno status symbol, tanto che gli individui sono pronti ad indebitarsi pur di averlo: ormai tutti ne hanno almeno uno e chi non ce l’ha è fuori. Il gioco è fatto e alla grande. Siamo così diventati come tanti neuroni connessi alla mente globale, una mente che però già dimostra i suoi segni di disfunzione.
L’omologazione del pensiero diventa così l’arma più efficace per il controllo delle masse da parte dei poteri forti, nulla sfugge a questa nuova logica del “qui e subito” e tutti si sentono liberi di intervenire in merito ad eventi che avvengono in diverse parti del pianeta, che si tratti di un attentato a Parigi e dell’elezione del presidente americano. Ognuno si sente autorizzato a rilasciare il proprio parere e, quanto più questo parere personale è condiviso dalla stragrande maggioranza degli utenti, tanto più ci sente nel giusto e prontamente integrati nel sistema globale, per assurdo, quello stesso sistema che ci sta distruggendo. Così mentre i proprietari delle più grandi aziende e società informatiche del pianeta, grazie ai capitali smisurati accumulati si preparano ad andare all’arrembaggio del sistema politico oltre che di quello finanziario, si parla già della futura candidatura di Zuckemberg (fondatore di Facebook) alle prossime elezioni americane, tutto ciò che resta ai cittadini-utenti-consumatori è di anelare all’ultimo modello di smartphone sia pure a rate.
Un pensiero comune condiviso non è sempre sinonimo di libertà di espressione e non è detto assolutamente che un pensiero maggioritario sia un pensiero giusto a tutti i costi, la storia è piena di esempi che vanno in questa direzione. L’utilizzo della rete quale strumento di rapida conoscenza o veloce realizzazione di talune operazioni lavorative è una cosa, la sottomissione ideologica a quel che la rete propone in forma maggioritaria è tutt’altra cosa. L’arte di continuare a pensare con la propria testa è diventata sempre più rara in un mondo in cui c’è sempre qualcuno che pensa e si esprime al nostro posto e ciò determina anche un impoverimento del libero arbitrio individuale, non un arricchimento culturale. Il potere dei singoli è quindi ridotto a poter mettere un “like” nella migliore delle ipotesi. Avere il coraggio di chiamarsi fuori da un sistema che viaggia nella direzione dello snaturamento del pensiero umano, è una scelta soggettiva che non ha bisogno di “like”; è solo una volontà forte di tornare a guardare il mondo e gli eventi che in esso avvengono con i propri occhi e non per mezzo della percezione altrui: è un modo per non lasciarsi ingannare da questa illusione di libertà che ci viene propinata in tutte le forme come pensiero moderno. Spesso non si comprende che un messaggio, per essere o diventare importante, deve non essere privo di una consistente incisività che lo rende unico oltre che valido. Dieci milioni di commenti ad uno o più post, sono solo cenere che sarà spazzata via dalla prima folata di vento. Mentre tutti si sentono così tanto liberi di poter dire e commentare quel che vogliono, manca la coscienza del fatto che quelle espressioni sono “silenziose”, inutili, senza peso perchè il tutto è come niente; restano segni in un monitor, stringhe che finiscono in spazi virtuali che possono contenerne miliardi di miliardi, tutto sommato spazzatura telematica puntualmente smaltita nei silos-server-discarica delle multinazionali come Google o Facebook e li dimenticata. Ecco dove finiscono i pensieri degli utenti, in un’apposito dimenticatoio tecnologico.
Tra l’altro l’idea stessa secondo la quale tutti possono dire la propria su tutto è errata già nella sostanza e, se prima dell’avvento di Internet e dei social, era necessario avere competenze specifiche per potersi esprimere in merito a determinate argomentazioni, adesso non servono più competenze di alcun genere per poter “espellere” fesserie di qualsivoglia genere a proposito di ogni cosa. Questa, intendiamoci, non è libertà di espressione, è solo una forma di caos suicida in cui ognuno crede di dire la propria ma nessuno riesce ad esprimere niente. Sapete nel mare quante molecole di acqua ci sono? Infinite, come i messaggi di internet; ma chi mai si soffermerà ad osservare una sola di quelle molecole?

Foto : web , Auguste Rodin, il Pensatore

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Francesco Di Bello

Di Francesco Di Bello

Francesco Di Bello – Redattore freelance, scrittore , ricercatore, artista.

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