1690: ALTERIGIA, PREPOTENZA, CRUDELTA’ E MALAFFARE, PORTARONO L’EPIDEMIA IN TERRA DI BARI

di Stefano de Carolis

Fino a qualche mese fa, parole come epidemie, pandemie, contagi di massa, cordoni sanitari, sembravano termini non pertinenti alla nostra vita giornaliera, ma fossero il retaggio della storia di secoli lontani, o termini relativi a popolazioni di altri continenti.

A tal proposito, sfogliando antichi libri di storia e documenti d’archivio che raccontano la nostra amata Puglia, è interessante ricordare il tragico e funesto evento che ebbe inizio nel settembre 1690: “L’epidemia di peste in terra di Bari”. Il contagio del terribile morbo imperversò in terra di Bari per circa due anni, mietendo qualche migliaia di vittime, piegando in due una intera popolazione e la sua fiorente economia.

Verso la fine di settembre 1690, un barcone con un prezioso carico di mercanzie di contrabbando, proveniente da Cattaro, città posta nell’altra sponda dell’adriatico, giunse nei pressi della torre di guardia detta di ripagnola, nella costa di mare tra le città di Polignano e Mola. A capo dell’imbarcazione il proprietario tale Giorgio Rossi con alcuni marinai. Tra i primi ad essere informato dello sbarco fu il conversanese Giuseppe Schiavelli, agente e uomo di fiducia di Giulio Antonio II D’Acquaviva d’Aragona, conte di Conversano, terribile feudatario, uomo temerario, prepotente, sanguinario e senza scrupoli.

Schiavelli, notte tempo, con l’ausilio di alcuni cavalli e carri, accompagnato da due compaesani, si portarono nella vicina costa di ripagnola, e qui dopo aver preso contatti con il padrone della barca, clandestinamente, acquistarono una decina di casse in legno, contenenti diversa mercanzia: fasci di pelli, cuoiame, saje di colori diversi, balle di tabacco, tele, sale. Inoltre sempre di nascosto, accompagnarono due marinai forestieri a Conversano, per comprare alcune pagnotte di pane fresco.

Successivamente si venne a sapere che nei giorni a seguire, Schiavelli e i suoi compari, sempre di notte, erano ritornati al barcone dei contrabbandieri, che nel frattempo si erano diretti verso la città di Polignano, attraccando nei pressi della torre di guardia detta “d’incina” nel porto di Cala Corvina, luogo in cui i conversanesi avevano fatto altri carichi di merce di contrabbando.

Nei giorni a seguire il barcone degli “schiavoni” si diresse verso Monopoli approdando nella marina di pantano, dove i contrabbandieri ebbero nuovi contatti con altri acquirenti provenienti da Monopoli. Un bottegaio della città comprò due casse di tele per 14 carlini , un militare in servizio al castello di Monopoli, tale Stefano Scherdi comprò due balle di tabacco per 60 ducati e un mazzo di pelli per 40 ducati .

Nel giugno 1691, Stefano Scherdi, sul letto di morte, prima di dare l’ultimo respiro, confessò che aveva contratto la peste, “un bubbone e un carbonchio chiamato volgarmente antrace” nella sua città, e di aver acquistato merce da un barcone proveniente da Cattaro.

Il barcone infetto rimase nelle coste di terra di Bari per circa dieci giorni, e dopo aver contrabbandato tutta la merce infetta, il proprietario della barca prese accordi per l’acquistò di una grossa quantità di legumi, merce che alcuni “trainieri” e “vaticali” della zona trasportarono all’imbarcazione con traini e carri.

Nel novembre 1690, iniziò con insistenza, a girare voce che a Conversano c’era la peste. Si vociferava che il morbo era arrivato in città tramite alcune casse di legno contenenti merce di contrabbando che l’agente del conte aveva trafficato, e che lo stesso aveva nascosto chissà dove. Giuseppe Schiavelli, veniva additato quale responsabile del contagio della peste a Conversano, grazie all’introduzione nel paese di merce infetta. Intanto Giulio Antonio II, famigerato conte di Conversano, con la sua giovane moglie Dorotea, incinta al settimo mese, sua madre la duchessa, e i suoi inservienti, di tutta fretta avevano lasciato la residenza comitale, ed erano partiti per Napoli.

Nella capitale del Regno, memori del contagio della peste del 1656, che aveva imperversato in tutta Europa, le autorità napoletane, da subito, con l’esperienza del passato contagio, attivarono i deputati alla salute, affinché inviassero in terra di Bari esperti di medicina per valutare il rischio del contagio, e soprattutto la mission di accertare quello che stava accadendo a Conversano, luogo dove era partito il contagio. In particolare le autorità napoletane erano preoccupate dalla notizia che , da qualche mese si erano trasferiti nella capitale, alcune persone provenienti da Bari e tra queste il conte di Conversano con la sua famiglia.

Il primo di gennaio 1691, il magistrato della sanità di Napoli, a seguito delle verifiche fatte, ordinò ai suoi la chiusura del palazzo del Duca D’Atri in cui aveva dimorato il Conte e la sua famiglia, con stretta vigilanza, e lo stesso giorno, forzatamente, trattati come presunti appestati, vennero mandati sull’isola di Nisida, per trascorrere il periodo di quarantena. Dalle autorità napoletane Giulio Antonio II d’Acquaviva d’Aragona, venne accusato di non aver denunciato in tempo la diffusione della peste nella sua città.

Giulio Antonio II d’Acquaviva d’Aragona, Conte di Conversano (+Nisida 1 febbraio 1691)

“…chi non rivela l’infermità dell’ammalato per timore d’essere posto in quarantena o per altro fine, come anche succedendo la morte con sospetto di contagio nascondono i cadaveri e le robbe della casa infetta, per paura di non scoprirsi, ordiniamo che occorrendo d’ammalarsi, così in casa come in campagna, debbono le persone rivelarla ai magnifici deputati della salute. Non seppellire non occultare i cadaveri e le robbe che siano dentro le case, le massarie, o nei pagliari, dove sarà morta la persona sotto la pena di morte…”

“… il sospetto del contagiato benchè leggero, detto infermo, debba subbito dai magnifici deputati della salute mettersi in luogo separato, proibendo il commercio ad ognuno, e solamente farlo assistere da qualcheduna delle persone della stessa casa, quale dopo dovrà mettersi in quarantena, come anco dovranno mettere tutti gli altri della stessa casa e tutti quelli che avessero tenuto commercio con la casa, dove la persona si è ritrovata ammalata e di più debba fabbricarsi detta casa, in modo che non vi si dia ingresso a nessuna persona, sotto pena di morte naturale e duemila ducati da incorresi tanto a detti magnifici deputati quanto da ogni altro controveniente

Tutti quelli che riveleranno ai deputati della salute gli infermi di qualsivoglia infermità, che non saranno stati rivelati dai deputati dei quartieri o dalle persone di casa, prometteremo venti ducati di regalo, da farseli pagare subito sopra li beni di quelli che sono tenuti a rivelare e non hanno adempito. (bando del 6 aprile 1691 marchese marco garofalo) (F.de Arrieta Napoli 1694 pp.122)

Intanto a Conversano le autorità sanitarie provinciali, ordinarono che il castello del conte fosse sigillato, con le porte e le finestre murate, e le chiavi consegnate alle cinque sorelle del conte, monache di clausura rinchiuse nel monastero di San Benedetto.

Il Primo febbraio 1691, il conte di Conversano, a causa della peste moriva nel lazzaretto di Nisida. La sua bara venne cosparsa di pece e calce viva e i suoi vestiti bruciati. “sebbene fosse un Adone per bellezza, ed un Marte per bellicosità, fù altresì un Plutone per alterigia e crudeltà (cit. Prof. Giuseppe Notarnicola Alberobello 1940)

Nel mese di gennaio sempre su disposizione delle autorità provinciali, a Schiavelli era stato vietato qualunque spostamento, e lo stesso era stato quanto messo in quarantena.

“… il sospetto del contagiato benchè leggero, detto infermo, debba subbito dai magnifici deputati della salute mettersi in luogo separato, proibendo il commercio ad ognuno, e solamente farlo assistere da qualcheduna delle persone della stessa casa, quale dopo dovrà mettersi in quarantena, come anco dovranno mettere tutti gli altri della stessa casa e tutti quelli che avessero tenuto commercio con la casa, dove la persona si è ritrovata ammalata e di più debba fabbricarsi detta casa, in modo che non vi si dia ingresso a nessuna persona, sotto pena di morte naturale e duemila ducati da incorresi tanto a detti magnifici deputati quanto da ogni altro controveniente;

oltre le salutari precauzioni da noi prevenute con detti banni e senza pregiudizio delle pene incorse, ordinare i seguenti capi da osservare per ciascuna persona di qualsivoglia stato, grado e condizione che sia, ancorchè privilegiata, sotto pene in essi rispettivamente contenute:

in primis ordiniamo che ciascuna persona che si sentisse inferma di qualsivoglia sorte di infermità, debba subito rivelarla o farlo rivelare ai magnifici deputati della salute, i quali debbono all’istante farla visitare da uno o più medici, con la notizia della qualità del morbo, possa applicare i rimedii convenienti, sotto la pena di morte naturale e di ducati duemila;

Agli inizi di febbraio, Schiavelli venuto a conoscenza della morte del conte, e resosi conto di aver perso le dovute protezioni, pensò bene di fuggire verso la terra d’Otranto forzando il cordone sanitario. A metà di febbraio il fuggitivo venne fermato a fucilate, arrestato, e subito condotto a Bari per essere interrogato dalla autorita’ giudiziaria.

A Bari venne interrogato sotto tortura, con bastonate e con il “tratto di corda”, e dopo aver subito le atrici pene, confesso’ tutto confermando di aver comprato la merce infetta da un barcone proveniente da Cattaro, e di averla trasportata a Conversano. Confessò altresì di aver nascosto le casse nel monastero di San Benedetto. Altre casse infette erano state nascoste nel convento di Palo del Colle.

Tortura del tratto di corda

La mattina del 27 febbraio, dal carnefice fu portato fuori la porta di Bari, e legato al palo, un plotone di esecuzione, armati con archibugi, eseguì la condanna a morte. Giuseppe Schiavelli fu condannato condannato per non aver osservato i Regii Bandi emanati dalla autorità provinciale di terra di Bari. Il suo corpo venne bruciato e il Preside Marco Garofalo Marchese della Rocca portò la notizia al Vicerè do Napoli con l’esito della causa. La condanna volle dare esempio alla popolazione per scoraggiare qualsiasi inosservanza delle disposizioni emanate.

Per non diffondere l’epidemia della peste fu necessario l’isolamento delle aree infette che comprendevano i territori di Monopoli, Castellana, Conversano, Mola Fasano, Bari, Bitonto e Palo. Alla popolazione venne ordinato per mezzo dei bandi indetti dal governatore marchese della Rocca, di non allontanarsi dalle proprie case, bloccando quasi tutte le attività, riducendo i commerci, anche quelli marini, e con tempestività venne creato un vero e proprio sbarramento umano fatto di guardie armate di archibugio, disposti sui confini dove si era formato il cordone sanitario o linea di circumvallazione, lungo diverse miglia. Il versante mare era sorvegliato da due navi militari “feluche” che pattugliavano la costa. Chi non si atteneva alle precise disposizioni dei bandi emanati, veniva arrestato e condannato a morte.

tutte le persone che cercavano di uscire dal cordone sanitario senza una licenza scritta incorrevano alla relegazione perpetua o anche alla pena capitale”

“ …tutte le persone che tenteranno armata mano di forzare le guardie, potranno essere uccisi dalle guardie suddette. (bando a firma del marchese della Rocca 16.03.1691 ( F. de Arrieta Napoli 1694)

Le persone che cercavano di fuggire forzando il cordone sanitario, venivano arrestati o addirittura fucilati su posto. Disposizioni dure ed estreme disposte dalle autorità sanitarie per non far diffondere il morbo nei paesi limitrofi. Basti pensare che per i due cordoni sanitari esistenti, furono impiegati circa 2000 soldati, impiegati notte e giorno, il cibo gli veniva portato sul posto. I militari che violavano le consegne erano passibili a dure condanne.

Incorreranno nella suddetta pena anche tutti quei soldati di guardia e altri addetti al cordone, che permetteranno o dissimuleranno l’entrata o l’uscita dalla zona infetta, o anche per solo trascuramento o poca vigilanza delle sentinelle poste nelle due pagliare più propingue al luogo dove sarà successa la fuga…. Abbiamo fatto tirare una linea di guardie pure con le pagliare a vista in piccola distanza che comincia dalla marina tra i territori di Mola, Rutigliano, Turi e Conversano, va a termine quasi al centro del cordone sanitario…” (bando a firma del marchese della Rocca 16.03.1691)

Il contagio della peste in terra di bari scatenò le paure di molti napoletani che in breve tempo comprarono grosse quantità di farina, cereali, legumi e alimenti vari. Molti abbandonarono le attività commerciali, e i possidenti ritirarono dai banchi ingenti somme di denaro.

A seguito del morbo morirono numerosi medici, cerusici, speziali di medicina, militari, becchini, preti e religiosi. A seguito delle indagini svolte dalle autorità provinciali, si scoprì che molta della merce infetta proveniente dal barcone, era stata occultata in diversi conventi e monasteri della provincia di Bari.

La città di bari venne contagiata da uno tale Tommaso Renda che nella sua abitazione aveva accolto una donna di Conversano, e questa infettata dalla peste era morta dentro casa. Il Renda cercò di occultare il cadavere in cantina ma venne scoperto dalle autorità e condannato a morte, legato al palo subì la fucilazione.

La storia delle numerose epidemie avvenute nei secoli, è ricca di episodi in cui la “ragion di stato” e gli interessi personali dei signori locali e dei feudatari, prevalevano sulle esigenze sanitarie e sul ricorso all’unico rimedio efficace in caso di contagio, vale a dire l’isolamento preventivo delle persone e delle aree riconosciute infette. L’unica preoccupazione era quella di salvaguardare l’immagine del proprio stato e questo spingeva le autorità di governo a negare la presenza di un determinato contagio.

Durante la peste del 1656 due medici napoletani vennero arrestati, incarcerati e messi a tacere per non diffondere allarmismo tra la gente e provocare insurrezioni popolari.

Tuttavia durante la peste del 1690, i medici baresi sembravano avere più attenzione ed una maggiore accortezza per prevenire il contagio, visto anche quello che veniva ordinato nei severi bandi Regii. Mentre i soliti “signorotti” prepotenti e senza scrupoli, continuavano ad occultare la verità dicendo che non c’era il pericolo di contagio.

Medico con guanti maschera durante la peste del 1656.
Il bastone che porta in mano serviva per tenere la distanza.
La tunica del medico veniva cosparsa di pece

“… il sospetto del contagiato benchè leggero, detto infermo, debba subbito dai magnifici deputati della salute mettersi in luogo separato, proibendo il commercio ad ognuno, e solamente farlo assistere da qualcheduna delle persone della stessa casa, quale dopo dovrà mettersi in quarantena, come anco dovranno mettere tutti gli altri della stessa casa e tutti quelli che avessero tenuto commercio con la casa, dove la persona si è ritrovata ammalata e di più debba fabbricarsi detta casa, in modo che non vi si dia ingresso a nessuna persona, sotto pena di morte naturale e duemila ducati da incorresi tanto a detti magnifici deputati quanto da ogni altro controveniente (bando a firma del marchese della Rocca 16.03.1691 ( F. de Arrieta Napoli 1694)

La chiesa dimostrò vicinanza al popolo, offrendo guida morale e conforto spirituale. I sacerdoti indicavano l’unica via di uscita nella preghiera e nella penitenza, e chiedevano l’intercessione alla madonna e ai santi protettori che avrebbero fatto cessare l’epidemia.

La città di Lecce e la terra d’Otranto ne uscì indenne anche da questa seconda epidemia di peste, e ancora una volta i devoti leccesi videro l’intervento miracoloso di Sant’Oronzo primo vescovo e patrono di Lecce. In verità dalla storiografia e dalla lettura dei documenti d’archivio, si ricava che i cittadini di Lecce nell’epidemia del 1690 si salvarono grazie all’efficacia di alcune misure preventive: la chiusura tempestiva delle porte urbiche, e la tempestiva attivazione del rigoroso cordone sanitario predisposto del governatore Marco Garofalo Marchese della Rocca che andò a sigillare i territori contagiati dalla peste ed ebbe la meglio sull’epidemia, con la piena soddisfazione del Viceré di Napoli.

Quando scoppiò l’epidemia di peste nel 1656, annus horribilis, molti cittadini leccesi, chi per studio chi per lavoro, erano residenti a Napoli, e non avendo avuto la possibilità di rientrare nella loro patria, molti di loro morirono nella capitale. Questo estremo sacrificio salvò la loro città e le sue genti.

BiBl. Raguaglio historico del contagio occorso nella provincia di bari
Filippo de Arrieta, napoli 1694

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