Pro don Niccola De Giosa: notevole musicista barese dell’ ‘800

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Prof. Pierfranco Moliterni

Sì, proprio così, Niccola con due C, amava firmarsi De Giosa forse per sottolineare la sua origine ‘barese’ se non proprio ‘baresana’, lui ‘barese de Bàri’, lui che nacque nel 1819 in una modesta casetta nei pressi della chiesa di S. Scolastica ai piedi della ‘muraglia’, e cioè in piena città vecchia. Una vita artistica laboriosa la sua, trascorsa tra Napoli (dove si formò alla scuola di un grande operista del tempo, Gaetano Donizetti) dapprima come stimato direttore d’orchestra in giro per i palcoscenici italiani più in vista, sino ad arrivare a Buenos Aires e in Egitto, al Cairo, alla testa di una compagnìa di cantanti italiani che tra il Nilo e Malta diffondevano il verbo della nostra opera. Va quindi encomiato lo sforzo di chi come lui, si adoperò perché le stagioni napoletane dell’opera buffa, ma anche dell’opera seria, soprav­vivessero insieme, cercando di andare incontro, di intuire, di interpretare, nei limiti di un eccellente artigianato, quella sorta di palingenesi che si aspettava dal dopo Bellini e dal dopo Donizetti, e prima della completa affermazione di un uomo ‘nuovo’: quel  Giuseppe Verdi che veniva e apparteneva a tutt’altro mondo musicale.

De Giosa si conquistò sin da subito una fama legata all’opera buffa napoletana con opere come Don Checco del 1850 e Napoli di Carnevale del 1876 ; ma anche da melodrammi ‘seri’ di matrice donizettiana. Ė il caso, per noi assai probante, di un testo ispirato al dramma Ruy Blas di Victor Hugo che già nel 1842 il famoso librettista Salvatore Cammarano aveva sottoposto, guarda caso, alla attenzione di Donizetti, il suo maestro. Progetto naufragato perché questi era preso dalla contemporanea stesura di Maria di Rohan e di Caterina Cornaro. Nel 1851, la stessa identica storia ricompare sulle scene del San Carlo ma sotto il titolo Folco d’Arles e per la musica proprio del nostro barese di Bari, Nicola De Giosa, egli reduce dai successi del Don Checco, e dopo un abile percorso di mani di scrittura che Cammarano aveva effettuato allo scopo di depistare la censura borbonica da una vicenda in cui erano sin troppo evidenti i riferimenti al malaffare dei nobili.

Ne venne fuori una sorta di revenge tragedy, un drammone alla Walter Scott che viene trasposto lontano nel tempo, nella Provenza del XV secolo, con al centro un amore contrastato e la conseguente vendetta:

Arturo, che odia la contessa Elfrida per esserne stato respinto, introduce nelle sue grazie e nella corte provenzale Folco il quale, in realtà, è un suo schiavo; lo traveste e lo fa comportare come un nobile cavaliere a lungo creduto morto, e quando l’amore tra i due sta per trionfare, Arturo spinge Folco a rivelarsi per quello che è e a rifiutare il matrimonio con l’amata. Dopo il duello finale riparatore, Folco uccide Arturo e si avvelena morendo tra le braccia dell’amata non prima di aver cantato la sua pura e imperitura passione.

La prima del Folco d’Arles, opera seria degiosiana, fu data il 22  gennaio del 1851 al San Carlo, impreziosita da un cast di prim’ordine e da scene e apparati degni di un grande spettacolo, segno della stima interna al teatro che il musicista barese ebbe a godere per lungo tempo. Questa è la locandina completa dello spettacolo: Eugenia Tadolini la arcifamosa interprete di ruoli donizettiani (e di Alzira di Verdi) prestava la sua voce sopranile alla contessa di Provenza, oltre a voci maschili note come Baldanza, Bassini, Arati, Solvetti. Le scene erano di Marco Corazza, Giuseppe Castagna e Vincenzo Fico; il figurinista Luigi Deloisio; il pittore delle scene Leopoldo Galluzzi; il direttore delle macchine sceniche il famoso Fortunato Querieau, il costumista Carlo Guillame.

Da notare che alcuni di quei nomi, di quegli artisti, come Castagna-Fico-Galluzzi-Querieau saranno impegnati a Bari proprio in quel quinquennio (1850-1855), lì chiamati sul campo dal regio architetto Niccolini, della Real Casa Borbonica, per per affrescare o dotare di strutture teatrali il Comunale Piccinni che si andò a riaprire, a Bari, proprio in queste settimane.

Ma è con il dittico II Seudan di Bari e Ettore Fieramosca che De Giosa, il maestro barese, nel giro di un anno, dal 1854 al 1855, va a legare la personale avventura artistica alla illustrazione di due avvenimenti storici che celebrano in chiave ‘nazionalpopolare’ (così come ne scriverà Antonio Gramsci ne I Quaderni del carcere) la propria terra d’origine. Operazione che il compositore si impegna a fare all’indomani di una prestigiosa occasione che la città natale gli offre: inaugurare il 4 di ottobre del 1854 il Teatro municipale dedicato a Niccolò Piccinni finalmente edificato su progetto di Antonio Niccolini; un progetto  risalente al 1836 e in grazia di una partitura che doveva musicalmente rispecchiare uno dei rari momenti epici della storia civile barese. Il libretto  viene fornito da Francesco Rubino (allievo del noto storico Giulio Petroni) e la storia verrà in seguito del tutto riversificata dallo stesso De Giosa. Proprio come ci saremmo aspettati da un donizettano della bell’acqua, le vicende attestate storicamente dell’assedio arabo di Bari nell’anno 867, fanno da sfondo alla eroica storia d’amore e morte di Ida, figlia cristiana di Adelgiso e di Orvel, figlio musulmano di Idifilone, il feroce Saudan-Sawdàn emiro di Bari. La novità indiscutibile che vi rileviamo è un certo taglio antesignano da grand-opéra che alberga nella partitura forte di 4 lunghi atti e di un grande dispiegamento di cori, musica di scena e di balli che sembrano rispondere al dettato donizettiano di dar corpo ad «una drammaturgia romantica moderna, basata sulla commistione degli stili». L’esatta collocazione cronologica degli eventi narrati in musica ricalca infatti molto da vicino la vera storia barese nell’anno 871, per cui l’Adelgiso altri non è che Adelchi principe longobardo di Benevento; Ida, sua figlia nell’opera in musica, è la fanciulla lasciata realmente in ostaggio presso la corte del Sawdàn di Bari, la città che venne poi assalita e liberata degli occupanti saraceni ad opera dei cittadini baresi mossi all’attacco della torre del castello svevo in cui si autodifendeva l’emiro, il famoso emiro arabo che aveva tenuto in scacco per dieci lunghi anni con scorribande, razzie e conquiste, gran parte del meridione d’Italia di quel tempo. Egli rispondeva al nome di Sawdàn al-Màzari.

Al dunque, per ricordare almeno un po’ questo illustre figlio ‘dimenticato’ ad onta di alcuni enti pubblici musicali che si reggono grazie ai milionari finanziamenti di Stato e Regione e che proprio per questo dovrebbero porre attenzione anche al tessuto storico in cui essi sono situati e per cui vivono (ma che in questa occasione brillavano per la loro assenza!), ecco che un volontario comitato di esperti e appassionati (Mattoni, Melucci, Moliterni, Gelao) ha reso possibile tutta una serie di manifestazioni (mostra nella ospitalissima Biblioteca Nazionale, concerti, conferenze etc.) che sono culminati a Bari, venerdi 22 novembre 2019, nella bella sede dell’Auditorium del Conservatorio di musica. Qui, sotto la direzione del sempre sensibile, attento e disponibile m° Giovanni Pelliccia, l’orchestra ‘mista’ di maestri e studenti musicisti ha dato vita e ‘suono’ ad alcune arie tratte da opere di De Giosa con un bel concerto lirico-sinfonico e con la interessante voce dell’allieva Donatella De Luca nonché dei suoi maestri di canto Mimmo Colaianni e Giuseppe Naviglio. Un bel successo suffragato dal molto pubblico presente e dal concreto ausilio, fondamentale per davvero, del Conservatorio di Bari e per esso dai suoi direttori, i maestri Giampaolo Schiavo e Corrado Roselli. Per aspera ad astra!

 

 

 

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