Racconto Luciano De Crescenzo, di Pierfranco Bruni

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Il tempo raccoglie le parole. Qualcuno crea il linguaggio. Qualcuno? Gli dei ci spingono oltre il mare è tra le onde danziamo per restare un indefinibile gioco tra le mani del destino. Lo scrittore è un profeta. Altrimenti è un cronista. Ecco. Con questo? Luciano De Crescenzo conosceva bene la cronaca ma non era un cronista.
Discutemmo a lungo su come poteva essere preso un caffè, su come potesse essere degustata questa bevanda definita la “bevanda nera”. Partendo da questo discorso improntammo una argomentazione profonda. Poi vennero altre riflessioni più o meno serie, di diversa natura.
Tuttavia ritengo che il nostro discutere forte riguardò principalmente un libro che continuo a considerare ironicamente importante, sia dal punto di vista mitico che delle varie conoscenze e sfaccettature. Mi riferisco al libro del 1991 dal titolo Elena, Elena, amore mio. Intorno a questo libro creammo un vero e proprio dibattito. Io promotore di Ulisse e di Enea, trovai nella sua visione di Elena una figura carismatica.
Questo nostro discutere è rimasto intatto. Da Elena passammo a Nessuno, ovvero ad Ulisse. A quel libro edito nel 1997 dal titolo Nessuno L’Odissea raccontata ai lettori d’oggi .
Sto parlando di Luciano De Crescenzo, nato a Napoli il 20 agosto del 1928 e morto a Roma il 18 luglio del 2019. Lo scrittore-ingegnere, o l’ingegnere-scrittore, che dalla sua Napoli, dalla sua mediterraneità ha intrapreso un viaggio nella scrittura, nella letteratura, nel cinema passando da attore attraverso un percorso di rapporti teatrali.
Luciano De Crescenzo non è stato soltanto uno scrittore. Si è servito della letteratura per non far dimenticare la filosofia. I miti e gli dei, gli eroi e i naviganti greci e medioevali si sono imbarcati sulla sua vela e viaggiano. Il libro che lo rese immediatamente noto al grande pubblico fu Così parlò Bellavista del 1977. Non una parodia dello Zarathustra di Nietzsche, come si potrebbe pensare, bensì un attraversare quella sua città con i suoi personaggi (Bellavista è Napoli).
Da qui inizia un percorso letterario che lo porterà a confrontarsi con il cinema, con l’attività teatrale, con la regia e con l’essere attore.
Dopo questo libro vennero altre esperienze interessanti come la Napoli di Bellavista. Sono figlio di persone antiche, pubblicato nel 1979. Il suo viaggio nell’attività letteraria è stato intrapreso attraverso due modelli: la filosofia e il mito. Egli diceva che mito e filosofia sono un intreccio costante soprattutto per noi che siamo greci, mediterranei. Che siamo dentro questa mediterraneità.
Scrisse in Così parlò Bellavista: “Si è sempre meridionali di qualcuno”, come a dire “Noi siamo questo pensiero meridiano di Camus che sempre ci è appartenuto e che sempre ci appartiene”.
Si inizia a percorrere il viaggio di Luciano De Crescenzo attraverso la Storia della filosofia greca. I presocratici del 1983. Il suo discorso su Bellavista continua con il libro Oi dialogoi. I dialoghi di Bellavista. Riprende in seguito il discorso filosofico passando ad un altro volume del 1986 dal titolo Storia della filosofia greca. Da Socrate in poi.
Si può notare come il suo percorso letterario sia dentro i cardini della filosofia e del mito che è dentro la filosofia greca. Il libro su Elena verrà dopo e successivamente pubblicherà altri testi sulla grecità e sul mito tra cui Zeus. I miti dell’amore del 1992 e I miti degli dei del 1993. Nello stesso anno dà alle stampe un testo che ha posto le premesse per una riflessione profondamente precristiana che raccoglie il senso dell’ontologia mitica.
Luciano De Crescenzo si definiva un cristiano ateo (o un ateo cristiano). In merito a questo argomento abbiamo come punto di riferimento un libro dal titolo Socrate (1993). Lasciando questa filosofia si tufferà all’interno dell’altra componente del Mediterraneo asiatico che è Troia.
Infatti nel 1994 scriverà I miti della guerra di Troia e nello stesso anno darà vita al suo lavoro su Pantarei. Lavorerà in seguito a un progetto composto da 24 volumi dal titolo I grandi miti greci. A fumetti.
Ciò dimostra che dentro questa visione della letteratura c’è una profondità di conoscenze in cui si racconta la storia dell’Occidente e dell’Oriente, grazie sempre ad una grande ironia che è quella napoletana che si veste di mistero. Emblematicamente usa la parola come metafora creando il sorriso, il riso, la teatralità dell’ironia, perché ogni suo libro vive di teatralità. È come se fosse dentro il libro stesso, come se vi fosse la recita.
Ogni libro ha la sua recita, a partire da Così parlò Bellavista e da altri dedicati a questo personaggio. Al 1997 appartiene il libro dedicato a Ulisse dal titolo Nessuno. L’Odissea raccontata ai lettori d’oggi.
Nel 1999 pubblica I grandi miti greci. Gli Dei, gli eroi, gli amori, le guerre. Una notevole risorsa culturale soprattutto per le nuove generazioni che si sono confrontate con uno scrittore contemporaneo penetrando la classicità. Un dato significativo in un tempo di modernità in cui sovente si dimenticano i valori delle tradizioni.
Il suo discorso sul mito, sulla grecità, sull’ulissismo, su Troia sono punti di contatto all’interno di una dimensione in cui la filosofia diviene partecipazione nella vita, rapporto e comprensione tra ordine e disordine. Proprio a questo interessante tema dedica un testo dal titolo Ordine e disordine (1996).
Conclusa questa fase (dopo averci regalato due libri significativi per un passaggio non soltanto letterario ma anche umano e esistenziale, mi riferisco a Il tempo e la felicità del 1998 e a La distrazione del 2000) De Crescenzo si confronta con i modelli filosofici che sono più vicini a noi, ovvero con la filosofia medievale. Nel 2002 scriverà un libro dal titolo Storia della filosofia moderna. Da Niccolò Cusano a Galileo Galilei.
Nel 2004 la sua ironia approda fino a Cartesio per andare oltre toccando il percorso kantiano con la pubblicazione di Storia della filosofia moderna. Da Cartesio a Kant.
Leggendo questi titoli pensiamo immediatamente a un filosofo.
Certo la strategia del filosofo c’è, ma c’è principalmente la strategia di una filosofia che viene raccolta attraverso l’ironia. Quella grande ironia che nasce dalla scuola di Totò, di Eduardo De Filippo, all’interno di una lettura pirandelliana.
Profondo conoscitore della canzone napoletana e del teatro napoletano, De Crescenzo avanza queste idee che si trovano nel suo ultimo libro autobiografico del 2018 dal titolo Sono stato fortunato. Autobiografia. Una autobiografia che viaggia all’interno di un mosaico i cui tasselli portano sempre alla sua amata Napoli.
Lavorando su questo tracciato ci regala anche un immaginario singolare, quello che si vive nel libro dal titolo Gesù è nato a Napoli. La mia storia del presepe (2013). In questo modo si articola il mondo di Luciano De Crescenzo. Un fatto di grande interesse poiché pone sempre all’attenzione il dubbio, mai la certezza o la verità. Egli dirà: “Il dubbio mio buon amico è una divinità che bussa con gentilezza alla tua porta e chiede di essere ascoltata”.
Sono del parere che questo sia il dato centrale in cui si muove la sua scrittura, l’esistenza del tempo di Luciano De Crescenzo. Nascere a Napoli, laurearsi in Ingegneria e poi vivere a Milano, ritornare spesso a Napoli, fermarsi a Roma, è un segno tangibile di come i luoghi abbiano potuto influire all’interno del suo viaggio letterario e umano.
Egli poneva spesso la visione dell’essere “cardellino”. Metafora di un libro del 1995 dal titolo Zio Cardellino. Un “cinguettare” che significava toccare con mano e con lo sguardo il senso del tempo. Proprio in questo testo si legge una frase molto bella dedicata alla città di Milano: “Ah Milano, Milano! Città di amanti in attesa d’amore. Di zoppi che si appoggiano ad altri zoppi per non cadere e che scoprono, dopo un po’ di strada insieme, di non avere la stessa camminata”.
Ecco il rapporto dei luoghi che caratterizza il senso della ragione. Nella sua autobiografia dirà: “Aveva ragione Pascal quando diceva: l’infelicità del mondo dipende dal fatto che nessuno vuole restare a casa sua”.
Una osservazione fatta con il sostegno del suo dire napoletano, ma anche con la saggezza dell’uomo che aveva vissuto e dello scrittore che aveva scritto. Sempre nel suo libro autobiografico scriverà: “Il saggio non nega e non afferma, non si esalta e non si abbatte, non crede né all’esistenza di Dio né alla sua esistenza. Il saggio non ha certezze, ha solo ipotesi più o meno probabili”.
Una frase lapidaria per raccontare, in questo drammatico momento, un Luciano De Crescenzo che può essere considerato un vero e proprio riferimento pedagogico per comprendere quegli aspetti che vivono nella filosofia, nel mito e nella vita.
Lo incontravo spesso al Premio Strega. Con quella sua cadenza napoletana sapeva vivere l’eleganza in un vestito bianco con cappello. Il suo sguardo impeccabile, calmo e rassegnato, era quello degli antichi saggi che conoscono il tempo della vita e il tempo della fine. Un vero scrittore moderno che non aveva mai dimenticato quella classicità in cui la mediterraneità era l’incipit di un esistere nella tradizione delle forme, dei costumi e dei linguaggi.  Uno scrittore che applicava la saggezza dell’ironia, al linguaggio, alla parola, al libro.
Gli anni passano. Gli scrittori anche. La letteratura resta. Un giorno ci incontreremo nella grande giostra delle parole per raccontarci non solo ciò che abbiamo vissuto, ma ciò che saremo ancora.  Perché lo scrittore è un profeta. Altrimenti resta un cronista.
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