I riti di una Pasqua antropologica

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Pierfranco Bruni
La religiosità diventa antropologia della devozione. I riti pasquali sono una tradizione che scava nella ritualità pagana e si fa mito e si fa sacro. Il sacro è lo specchio convesso di una religiosità greca (chiamaci mito), il cui ellenismo ha fissato i suoi archetipi nella metafisica della conoscenza e successivamente nel mistero della fede.
La fede è religiosità, seduzione cristiana. Il canto di Santa Teresa d’Avila è una eco che ha un suono di speranza. Un vento che ho ascoltato per tutto il Giovedì Santo.
Ho visitato alcune Chiese. Mi porto dentro: Nulla mi turbi Nulla mi spaventi… Da San Domenico di Taranto allo splendido scenario contemplante della Chiesa di Carosino.
Proprio in questa Chiesa l’atmosfera è stata profondamente rasserenante grazie a  parole canto e silenzio con il canto della Santa di d’Avila.
La Chiesa di San Francesco di Paola di Grottaglie una attrazione profonda nel silenzio e nello sguardo  che incontra gli occhi del parlato. Una modernità distensiva, invece, si è  avvertita nella Chiesa della Madonna del Rosario, anche nelle voci di una giovinezza che ondulava nella navata. Così la tradizione si fa devozione, si fa rito.
La religiosità devozionale è un fenomeno fortemente antropologico. Una antropologia che attraversa le vite. In ogni paese una sua tradizione.  Passione. Morte. Redenzione. Tre elementi per una antropologia del vero umanesimo.
Il pagano che diventa sacro. Un passaggio fondamentale per comprendere il rito cristiano, ovvero le civiltà primitive che ascoltano la parola della Fede. Venerdì Santo la giornata della meditazione. Siamo comunque in un contesto cattolico cristiano.
A Taranto la devozione ha il culto della laicità. Ma il sacro prende il sopravvento. La Madonna sale i gradini della chiesa di San Domenico. Il ritorno della Donna Madonna in cerca del figlio. Un rito mistico iniziatico nella religione cristiana. Lega la “cerca” al dolore per la perdita del figlio.
Figlio figlio figlio…Giglio! Diventa errante e pellegrina. La Donna Madonna con il pianto della madre è accompagnata dai “penitenti”, i “perdoni”.
L’antropologia cristiana ha un legame tra la tradizione e la spiritualità che si rinnova proprio attraverso la ritualità, che nasce nella devozione. La fede non è mai teologia. È cammino mistico nel mistero. La madre e il figlio diventano un unicum tra la Croce e la Redenzione. Qui nulla  rimanda alla cultura pagana. Anche se già prima di Cristo il rito della madre  che va alla ricerca del figlio era ben consolidato.
Nel tempo pre cristiano si leggeva il mito. Qui, invece, c’è la Consacrazione. Ovvero consacrare la trasformazione del mito in sacro. Qui ci sono  il dolore e la speranza. Nel mito c’è il tragico. Nel sacro il dolore penitenziale.
Madre Maria è l’icona profonda di un immaginario del dolore della perdita e della rivelazione. Maria è madre ed ama con l’amore della madre. Maria è donna e conosce la sofferenza e il sacrificio. Maria è Madonna. La Madonna che vorrebbe proteggere, avvolgendo nel suo manto, il figlio. Una antropologia della protezione caratterizza il processo mistico che si vive proprio nel rito cattolico cristiano della Pasqua.
Ci sono riferimenti forti. Dal Cenacolo a Getsemani. Dal Calvario alla Redenzione. L’antropologia della speranza, comunque, prevale insieme a quella dell’attesa. Un vero e proprio percorso nella fede e nell’affidamento. Tutto coinvolge le genti. I popoli si ritrovano.
La metafisica dell’essere spiritualità si rivive sempre. È un fenomeno di una antropologia che trasmette tradizione. Senza la tradizione i riti non avrebbero potuto tradursi in mistero sacrale.
Il numero tre anche qui si ripete. Dalle croci che sono tre sul Monte del Calvario ai giorni della Passione, Contemplazione e Resurezione. Un rito che resiste non solo per la fede, ma anche per ciò che la antropologia della tradizione trasmette.
Qui siamo ad una vera antropologia della Pasqua.
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