“Il sortilegio della speranza”, la favola infinita di Pierfranco Bruni

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Di Daniela Rubino

C’era una volta uno scrittore sciamano che un giorno decise di lasciarsi “affabulare dalle parole” per scrivere una fiaba/favola la cui costruzione estetica si sviluppa attraverso 48 episodi più un epilogo a mo’ di confessione autobiografica.

La presenza dell’io-narrante, l’uso  del paradosso della descrizione e di riflessioni sulle strutture spazio-temporali costituirebbero dei veri blocchi narrativi che interrompono l’evolversi delle storie, ma, al contrario riescono a fornire elementi dettagliati in modo sintetico e schematico consono al lettore del genere fiabesco e non una immagine ambigua degli oggetti. Alcuni passaggi descrittivi costituiscono delle vere e proprie pause poetiche che servono alla comprensione dell’intreccio come ne “LA FAVOLA DELLE TREDICI LUNE” in cui si legge nell’incipit: « L’orizzonte aveva il crollo dei crepuscoli. Il mare sembrava infinito. Sullo scoglio il vento aveva depositato lo strappo di un foulard. Il giorno chiaro cominciava a perdersi nelle città sepolte».

Lo scrittore utilizza anche la tradizionale soluzione stilistica dell’attribuzione unica che connota i personaggi come per esempio nelle fiabe del  Cappellaio magico dal cappello verde o della danzatrice di tango col ventaglio in mano.

Lo spazio reale è la Calabria, o meglio la casa d’infanzia dello scrittore da dove egli scrive, una etichetta, questa, che serve a conferire coerenza logica allo svolgimento delle storie che seguiranno. Il lettore ascolterà dalla voce del narratore onnisciente in una temporale deformazione storica o “tempo metafisico” le favole di Chiara e Filippo, della  danzatrice di tango che amava i ventagli, della danza delle streghe dove tutto accadrà nel 4123, della zingara armena Alba Kavakian e del marinaio,  della principessa e del cavaliere, della Regina albanese di Kroja innamorata del servo Basho, della farfalla che volle credersi principessa, del monaco che dopo aver vissuto in un convento decise di incamminarsi lungo gli orizzonti del deserto, della magara e lo sciamano, dell’amore tra Sarashil e Garcia, della regina dell’Armenia, del dialogo fra Alice ed Aladino, della principessa Isa e del pirata Diego, etc.

In un passaggio leggiamo: «Il tempo metafisico è in un cerchio. Non si racconta la storia con la cronaca e la realtà è solo una finzione». E ancora, in un altro passo il narratore afferma che «: Chi ha vissuto solo nella cronaca non resta e chi abita il viaggio dell’eterno è un intreccio di infinito nell’ascolto… ».

In “SE MI RACCONTASSI…” leggiamo una definizione della favola che il narratore sottolinea avere appreso da buon discepolo dal suo maestro Corrado Alvaro: «La favola è infinita perché noi lasciamo sempre un segno dentro l’anima di chi ha saputo ascoltarci. Chi non sa ascoltare la magia della memoria, della nostalgia, del ricordare, dell’alchimia non riuscirà mai a capire il senso degli orizzonti».

L’io-narrante suggerisce che non si raccontano storie, ma si incontrano parole e sono le parole che stringono nel segreto un destino: «Forse c’era una volta una storia che volle diventare favola, ma restò destino». Egli ricorda la voce dello sciamano incontrato in Perù l’anno prima della “partenza” della madre, che come un canto lo raggiunge «ogni qualvolta la notte ha il respiro della notte e precipita nella notte»: parole che sono anch’esse un ‘sortilegio’.

Il sortilegio della speranza: ʺ Il titolo è un invito a non perdere mai la speranza. Quindi il sortilegio è anche una promessa. Perché ogni pagina si lega con l’ultima che è la confessione di uno sciamano. – dichiarerà Bruni in una intervista –  I generi leggeri letterari non esistono più. Esiste il pensiero forte o leggero. Io credo che sia un viaggio alla ricerca della pietra magica, che è la pazienza che illuminaʺ.

La pazienza, quindi, non è intesa soltanto come attesa fisica, ma è anche una personale visione del mondo.

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