GIULIO CESARE VANINI. IL FILOSOFO PUGLIESE PROCESSATO DALLA SANTA INQUISIZIONE CON IL TAGLIO DELLA LINGUA E IL ROGO A 400 ANNI DALLA MORTE

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PIERFRANCO BRUNI

La parola è un rischio. L’idea è un pericolo! L’eresia non è solo una dimensione di un rapporto tra potere civile e Chiesa. È parte integrante del pensiero dell’uomo, della sua libertà di espressione, della volontà e forza di un linguaggio in cui l’espressione della capacità di intendere e di affrontare le problematiche diventa autonoma. Il filosofo dovrebbe essere sempre libero, autentico. Sempre espressione del dubbio.

Un filosofo che ha subito la persecuzione dell’inquisizione della Chiesa e anche dello Stato, e quindi del mondo civile, è Giulio Cesare Vanini. Un filosofo nato a Taurisano (Lecce) nel 1585, che ha attraversato diverse esperienze. Entrato nel mondo cattolico più volte, ne è sempre uscito rappresentando un modello di enigmaticità. Di quel pensiero “liberale” che ha formato l’idea della costituzione del mondo illuminista.

Avvezzo allo studio della filosofia antica e medievale, Vanini si è considerato prima un erede di Averroè, il pensatore filosofo nato nel 1126 e morto nel 1189, e successivamente di Gerolamo Cardano, filosofo rinascimentale, nato nel 1501 e morto nel 1576. Ma il suo percorso, soprattutto quello ancorato alla filosofia che definisce l’immortalità dell’anima come negazione, trova il suo spirito in Pietro Pomponazzi, ed è proprio il suo inserirsi nel trattato in cui si nega l’immortalità dell’anima a renderlo “inospitale” al mondo cattolico. Negando l’immortalità dell’anima, nega la fede cristiana, non solo quella cattolica,  e si inserisce in una visione in cui la negazione di Cristo diventa la negazione di Dio, anche se si dedicherà in un secondo momento allo studio della fede cattolica anglicana. Questo non significa che si sia convertito o che abbia rinnegato quei testi che impongono l’impostazione in cui la natura nega la spiritualità.

Vanini si lascia facilmente attrarre da una ambiguità di pensiero. Alla base della sua concezione resta una erosione nei confronti della autorevolezza della Chiesa. Il suo pensiero è costituito da un percorso in cui il mondo libertino (più che liberale) è contagiato soprattutto dalle idee che provengono dalla Francia. Infatti egli trova riparo proprio in Francia, ma la Francia non è solo la nazione dell’Illuminismo. È anche la nazione dei girondini e del mondo giacobino. Se da una parte rifiuta l’autorevolezza della Chiesa, dall’altra è come se accettasse l’imposizione del massacro giacobino.

Il suo processo è enigmatico, soprattutto quando dall’Italia si reca a Tolosa dove subirà l’arresto. Era il  2 agosto del 1618. Siamo in un contesto in cui l’Inquisizione aveva un peso notevole, molto più di quello che ha avuto in Italia. Vanini viene condannato per le sue idee. Lui dirà che “morire come filosofo, è morire in libertà”. Viene condannato per ateismo e bestemmie contro Dio e gli viene indotta la morte in maniera atroce, con il taglio della lingua e con una stretta alla gola. Il suo corpo viene arso il 9 febbraio del 1619. Aveva solo 34 anni. Si tratta di un passaggio inquisitorio vero e proprio. A un filosofo viene tagliata la lingua,  strangolato e del suo corpo viene fatto un rogo per questioni di pensiero.

Pur non accettando la visione di Vanini, e pur provenendo da tutt’altra formazione, credo che questi siano stati gli errori più atroci che la Chiesa abbia commesso. Errori che sono serviti come emblema generalizzato in cui la tolleranza non è parte integrante del mondo ecclesiastico. Questo mi duole molto perché un Vanini in più non avrebbe cambiato le posizioni del legame tra libertà di pensiero, filosofia e mondo cristiano.

La sua visione naturalista, panteista, viene accostata da molti a quella di Giordano Bruno, Telesio e  Tommaso Campanella. Tuttavia sono del parere che ci sia una netta differenza tra il pensiero di Vanini e quello di questi filosofi considerati “eretici”. Giordano Bruno è il grande pensatore di un’epoca che ha attraversato un momento difficile della storia europea, ponendo all’attenzione, insieme a Campanella, la concezione filosofico-spirituale di “Città ideale” che era stata edificata da Sant’Agostino come “Città di Dio”. Vanini disconosce tutto questo. Ecco perché mi rende molto complicato riconoscere un accostamento con Giordano Bruno, con Campanella e con Telesio. Filosofi che partono da una visione di base metafisica, spirituale, a differenza di Vanini il quale prende sempre le mosse dal “concetto di ragione”.

Egli considera Machiavelli il principe degli atei, e anche su Machiavelli credo che il discorso sia molto più ampio ed epocale rapportato a quel preciso momento storico rinascimentale. In Giordano Bruno, in Telesio, in Campanella non c’è la difesa dell’ateismo. L’ambiguità è proprio in questo intreccio di pensiero. Vanini si lascia attrarre da quella filosofia che dominerà tutta l’epoca successiva. Sarà un antesignano dell’Illuminismo in un’età che è quella barocca. Il Seicento di Giordano Bruno.

Il “De rerum natura” lucreziano non ha nulla a che fare con il Campanella della “Città del sole”, poiché il sole è una questione che in Campanella si vive come momento di studio tra astri e modelli metafisici.

Nei libri e nei testi di Vanini c’è un modello di superamento di tutto questo, anche se la sua condanna è terribile, anche se l’errore della Chiesa cattolica è stato bestiale. Lo stesso Shopenhauer, parlando di Vanini, disse: “Prima di bruciare vivo Vanini, un pensatore acuto e profondo, gli strapparono la lingua, con la quale, dicevano, aveva bestemmiato Dio. Confesso che quando leggo cose del genere, mi viene voglia di bestemmiare quel Dio”.

Questo ha combinato la Chiesa cattolica, permettendo all’Inquisizione di inquisire il pensiero e l’uomo. Di inquisire la parola. Di inquisire la voce. Una affermazione del genere verrà scritta da Hölderlin in un breve testo del 1798 dedicato a Vanini in cui si dice che “osarono con le fiamme per una parola, che colpirono per blasfamia un pensatore, che crearono un mito che venne addirittura dimenticato dagli amici”.

Il materialismo di Vanini in seguito darà vita al materialismo storico dell’Ottocento. Ritengo che, sottoponendo ad un’attenta analisi il testo e il pensiero di Vanini, bisognerebbe riabilitarlo e aprire una vasta discussione intorno alla sua figura, Chiesa permettendo. Quando non si riconosce il fondamentale processo culturale di un uomo, o il fondamentale processo di un’idea, e si uccide l’uomo per questa idea, l’idea crea ulteriori processi.

Siamo di fronte a un personaggio molto discusso. La sua formazione di libero pensatore ha trovato scavi nel mondo cattolico dove si è formato. È nel mondo cattolico che Vanini ha trovato la sua chiave di lettura per poi trasportarla in una dimensione di ateismo.

I suoi viaggi, le sue fughe in Inghilterra e in Francia, non risolsero il suo problema. Se ancora oggi si continua a parlare di Vanini significa che negli archivi della Santa Inquisizione, resi accessibili solo di recente, molti sospetti potrebbero sorgere.

Cesare Giulio Vanini, un pugliese nato a Taurisano, vicino Lecce, ha subito uno di quei processi inquisitori che mettono sotto accusa tutta la Chiesa. La parola messa a tacere con il taglio della lingua, il pensiero  con lo strozzamento e la presenza con il rogo.

 

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