Individuo e ambiente

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a cura di Antonio Sammartino

L’individuo è il risultato dell’interazione dei geni con l’ambiente, nel senso che è l’ambiente ad agire su un determinato patrimonio genetico, condizionandone l’espressione. Durante la gravidanza, per il feto, l’ambiente è la madre che oltre a fornire il necessario nutrimento per realizzare il suo programma genetico di sviluppo, programma anche la reattività dei circuiti cerebrali. E’ stato accertato sperimentalmente che privare un bambino della sua figura di attaccamento per un tempo sufficientemente lungo, causa un forte stress che si traduce in un aumento della Corticotropina e dei Glucocorticoidi. Se nel bambino si verificano ripetute condizioni di stress, è possibile indurre un’atrofia nei neuroni dell’Ippocampo (essenziale struttura del cervello relativa alla memoria dichiarativa), che si traduce in un’amnesia verbale delle esperienze, ma non delle emozioni correlate alla memoria dichiarativa, che restano libere di legarsi a parti sensoriali e motori, causando disturbi psicosomatici. Inoltre l’assenza di ricordi dei primi anni di vita è una conseguenza del fatto che il sistema della memoria dichiarativa non ha ancora completato il suo sviluppo. Secondo Kandel il confine tra comportamento e biologia è arbitrario, in quanto è impossibile nello sviluppo umano, prescindere dalla reciproca influenze della biologia e dell’ambiente. Infatti, sia le condizioni psicobiologiche della madre durante la gravidanza, che la qualità delle cure materne dopo la nascita accendono o spengono determinati geni. Inoltre, secondo Orbecchi, le esperienze vissute dal genitore prima del concepimento, potrebbero essere trasmesse al figlio. Infatti il genoma viene trasmesso da una generazione all’altra in una configurazione che evidenzia o nasconde alcuni geni, cambiando in questo modo la loro possibilità di espressione. Questa differente struttura epigenetica può essere influenzata anche dalle esperienze accadute al genitore nel corso della sua esistenza. Ciò significa che i comportamenti dipendono da una complessa combinazione di eventi che è quasi impossibile stabilire il perché una persona mostra determinate caratteristiche. Da quanto detto si evince che andare alla ricerca di eventuali traumi nascosti non è significativo e può indurre nella persona falsi ricordi. Una migliore strategia potrebbe essere quella di ricostruire il passato così come lo ricorda la persona, in altri termini effettuare un Analisi Psicologica (ad esempio, come quella proposta da Janet). Un altro importante aspetto è che occorre evitare di focalizzare troppo l’attenzione su un particolare trauma, in quanto si rischia di trascurare lo sviluppo traumatico cumulativo infantile, che spesso è la vera causa all’origine dei disturbi. Secondo Janet, quando emergono memorie traumatiche o intense emozioni occorre elaborarle, ricontestualizzandole, al fine di costruire una narrazione che consente alla persona di trasformare le immagini traumatiche in una storia personale meno coinvolgente. Inoltre Janet, durante la terapia, insegnava ai pazienti anche nuovi modelli di adattamento, sul tipo delle tecniche cognitive-comportamentali. Essenzialmente la sua tecnica terapeutica prevedeva tre differenti fasi: innanzitutto cercava di stabilizzare la persona; successivamente passava alla vera Analisi Psicologica, identificando ed elaborando le eventuali memorie traumatiche; infine cercava di reintegrare la personalità.

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