Una breve storia del ‘Petruzzelli’, il politeama dei due fratelli ‘baresi di Bari’.

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di  Pierfranco Moliterni

Come annunciato dal Presidente della Regione Puglia Emiliano  e dal Sindaco di Bari De Caro, il 6 dicembre il teatro Petruzzelli si autocelebrerà in nome e per conto delle maestranze che lavorarono, indefessamente, per assicurarne la riapertura dopo il fatale incendio del 27 ottobre 1991 che lo aveva distrutto e dopo i complicati anni della sua ricostruzione. Ci è sembrato quindi utile ricordarne le origini e le vicende, grazie ad questa nostra breve storia che servirà a capire molto del ‘gran Petruzzelli’ di ieri, ma anche a quello di oggi.

«Monumentalità e decoro; massima sicurezza e alto livello tecnologico; notevolissima capienza; funzione di grande richiamo attraverso stagioni liriche di sicuro impatto su tutto il pubblico pugliese, e non più solo su quello locale: sono questi i fattori che assicurarono alla città di Bari il primato teatrale nella regione, in diretta concorrenza non più con i teatri pugliesi (Foggia, Trani, Barletta, Lecce) ma con i maggiori teatri dell’area meridionale come il San Carlo di Napoli e il Massimo di Palermo».  Così dunque sottolineava la studiosa di teatro prof. Luciana Zingarelli nel descrivere la particolare storia del politeama di Bari, non più teatro all’italiana a palchi integrali. Il teatro Petruzzelli infatti (come il Massimo di Palermo o il Dal Verme di Milano) è un teatro della borghesia operosa e virtuosa di primo ‘900 e quindi non ha più il suo palco reale al centro e in  luogo dei palchetti ospita invece ampie gradinate ‘popolari’ al III-IV-V ordine. La prima gestione privata della nuova struttura venne assicurata dalla figura di un ‘galantuomo’ locale – il mitico impresario Antonio Quaranta – che di professione fa il farmacista e che appartiene all’establishment liberale cittadino. Si giunge così alla prima stagione inaugurale del Politeama, che va dal 14 febbraio al 30 aprile del 1903, un periodo lungo e sino ad allora impensabile nel comunale “Piccinni” sia per la lunghezza del tempo che per qualità degli spettacoli lirici. Il dott. Quaranta vi prevede 47 recite di melodrammi tra vecchi e nuovi che vanno da Gli Ugonotti, a Andrea Chénier, Trovatore, Dea, Aida: segno che la lirica ‘tirava’ e che il teatro, proprio perché così grande, assicurava l’impresario privato da sufficienti introiti. Ma dobbiamo sottolineare un altro aspetto positivo di quei primi anni gloriosi: la presenza continua nei cartelloni, del grand-opéra, che fa pensare ad un vero e proprio costume culturale che si giubilava nel massimo pugliese. Appartiene pertanto alla stessa esigenza di esteriorità spettacolare la presentazione, nell’ambito della prima stagione estiva del 1903, del Ballo Excelsior di Marenco, come in linea sono altre “grandi opere” dal Ruy Blas di Marchetti (1911), al Guarany di Gomes (1914), a Il re di Lahore (1905), Hérodiade (1913), Fra diavolo (1905), l’Africana (1916): opere che ancora oggi, nel 2018, pochi teatri italiani hanno il coraggio di presentare per l’imponenza delle realizzazioni e la complessità della macchina scenica. È chiaro che, in questo quadro di riferimento che parla di raggiunta modernità all’indomani del nuovo secolo, ci preme sottolineare come Verdi spopolasse al “Petruzzelli” con le 810 recite di suoi melodrammi su un totale di tremila rappresentazioni in 80 anni di storia (1903-1983). E non è a dire che tali proposte esaurissero l’attività del teatro negli anni dei suoi frenetici esordi. Gli anni che videro, certo, edizioni a non finire di Aida, Bohème, Traviata, Rigoletto, Tosca, Madama Butterfly, di quel che oggi si chiama comunemente repertorio mentre allora non era affatto merce corrente; se è vero, come è vero, che il teatro ospitò alcune opere di Puccini e di Umberto Giordano a distanza di appena quattro e sette anni dalle loro prime nazionali (Tosca al “Costanzi” di Roma nel 1900, ma a Bari al “Petruzzelli” nel 1904; Chénier alla “Scala” nel 1896 e a Bari nel 1903).

La morte dell’impresario Quaranta avvenuta nel 1928 finisce quindi col rappresentare, per tutto quanto appena detto, un significativo e negativo voltar di pagina nella vita del massimo teatro pugliese. Tra le due guerre mondiali, il declino del “Petruzzelli” parte non a caso da qui, da questi anni segnati da un nugolo di anonimi impresari sino al 1970, anno in cui si ottiene il riconoscimento statale di teatro di tradizione. Toccherà ad un film popolare, Polvere di stelle, caricarne i contorni tra il ridicolo e il tragicomico: Alberto Sordi e Monica Vitti riusciranno a cogliere il senso di un teatro una volta nobile, adesso decaduto e ridotto a sede di avanspettacolo per le truppe angloamericane, o peggio a cinematografo spesso di basso livello. Il “gran Petruzzelli” abdicherà, in lunghi anni bui, al ruolo di catalizzatore, di polo d’attrazione della vita musicale regionale, e i locali di servitù, gli ampi spazi interni che nella logica del moderno politeama dovevano servire alle varie attività dello spettacolo e della cultura, incominciano ad essere dati in locazione snaturando così quello che doveva essere un ‘luogo sacro’ affatto dedicato alla musica lirica e allo spettacolo. Al patito della lirica basta questo sistema ancorato ad una impresa che organizza una ‘stagione lirica’ di pochi giorni, ma che pur tuttavia richiama al botteghino gente dalla provincia e dalla regione grazie a qualche cantante di fama che si esibirà solamente di passaggio e per qualche recita. È anche vero che da quel “Petruzzelli” degli anni ’60-’70 passeranno, per fugaci presenze, cantanti come Del Monaco, Pertile, Dal Monte, Pederzini, Gigli, Bergonzi, Tebaldi, Raimondi, Schipa, Volpi, Moffo, Kraus, Cappuccilli, Bruson, Alva, Panerai, Scotto, Cossotto, Valentini Terrani, Montarsolo, anche se si ignorerà la qualità di tutto il resto: allestimenti, regìe, orchestra e coro stabili.

I processi messi in moto dalla scolarizzazione di massa a partire dalla fine degli anni ’60; l’attivismo di una università tra le più popolose del mezzogiorno, la stessa presenza di prestigiose case editrici come Laterza, De Donato e Dedalo… ebbene  tutto ciò causa una sorta di schizofrenia tra la città degli intellettuali e della cultura tout-court, e il teatro della musica che si attarda sul passato più che consolatorio. Tutto scorrerà su di un piano inclinato almeno sino al 1980, allorché un ulteriore cambio di gestione (pur sempre privata) decreta un avvicendamento anche nelle idee, nel progetto d’ampio e ambizioso respiro che vuole fare del “Petruzzelli” un diverso teatro musicale. Il teatro dei fratelli Onofrio e Antonio, nell’ultimo decennio in cui è stato agibile a ridosso dell’incendio (1980-1990), ritorna dunque alle proprie origini, al significato non solo architettonico di politeama: spazio plurivalente, capace di ospitare (e produrre) non solo lirica ma anche teatro di prosa di qualità, danza, varietà, musica sinfonica, teatro leggero. Ora si punta decisamente a larghi strati di pubblico giovanile: si chiamano “TeatroDanza”, “FestivalCastello” e “BariArt” le fortunate rassegne che proiettano il teatro barese tra quelli italiani più vivaci e presenti nel settore della danza internazionale; non solo danza, ma anche jazz, ricerca, spettacoli multimediali, recitals, rassegne cinematografiche a tema, teatro di prosa d’avanguardia, musica giovanile, mostre, persino editorialità che nasce per informare e formare nuovo pubblico. Le produzioni di opere liriche come Il Barbiere di Siviglia di Paisiello, l’Aida montata sotto le Piramidi di Gyza o I Puritani di Bellini nella sconosciuta versione di Napoli, la Ifigenia in Tauride di Piccinni con la regìa di Luca Ronconi che, avvenimento unico nella storia dei teatri pugliesi di sempre, va in tournée a Parigi ospite del prestigioso teatro Châtelet; insieme a frequenti presenze di grandi voci come Luciano Pavarotti, Placido Domingo, Katia Ricciarelli, Raina Kabaivanka, Cecilia Gasdia, José Carreras, lanciano il teatro di corso Cavour tra i massimi organismi di produzione musicale italiani.

Va da sé che la scommessa di rigenerazione spettacolare passa, nel nuovo Petruzzelli, soprattutto dalla capacità di ‘inventarsi’ un pubblico nuovo, e non solo per mera età anagrafica. Un pubblico per la stragrande maggioranza sotto i trenta anni (una media di 1547 spettatori a spettacolo, si contano dal 1980 al 1985) si sente attirato persino dal teatro musicale, come spinto ad avvicinarsi alle opere liriche del passato perché esse vengono messe a stretto contatto con alcune forme di spettacolo più vicine al gusto giovanile. Come puntualmente avviene per un musical di Bob Fosse, il teatro di Tadeus Kantor, i recital di Frank  Sinatra, Liza Minnelli, Jerry Lewis, Rostropovich, Lorin Maazel, il balletto classico di Roland Petit e la moderne dance di Maurice Béjart, Pina Baush, Roland Petit e Martha Graham i quali eleggono il teatro che si affaccia su quello che fu il ‘corso alla Marina’ a punto fermo delle loro tournées in Europa. Tutti insieme, uno accanto all’altro, senza soluzione di continuità: eventi, produzioni, ricerca teatrale, grande lirica, sempre in bilico tra avanguardia, filologia e sensazionalismo.

Il “gran Petruzzelli“ sembrava insomma nato a nuova vita, ma il 27 ottobre del 1991(la notte in cui oramai sul suo palcoscenico vuoto e oramai muto delle note di Norma appena conclusa) ecco che allo scadere della mezzanotte il teatro-Politeama cadrà sotto i colpi di un misterioso incendiario. I perché di quella brutta storia pesano ancora nella coscienza civile di tutti i pugliesi. Bisognerà attendere ben 18 anni affinchè il 4 ottobre 2009, il massimo teatro dei pugliesi, il ‘gran Pettruzzelli’, riaprisse e tornasse a nuova vita lasciandosi dietro il ‘peccato originale’ della origine privata e privatistica. Grazie infatti all’intervento dello Stato, esso riaprirà e diventerà teatro-Fondazione pubblica gestita e sovvenzionata con i danari Stato italiano, e cioè di noi tutti!

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