Salvatore Quasimodo al Liceo Galilei di Paola con il Mibac Biblioteca Nazionale di Cosenza

Condividi

Pierfranco Bruni

La poesia di Salvatore Quasimodo  poesia attraversa diverse fasi. Il momento più alto è certamente la prima fase: cioè quella fase che si conclude, appunto, con Ed è subito sera. Siamo con questo lavoro al 1942. C’è all’interno di questa sua prima ricerca una grande esplosione di motivi lirici e di temi conduttori. È qui che si avanza la richiesta religiosa e la ricerca di quel mito che fissa in Ulisse il simbolo di un personaggio che è sempre al centro del viaggio. Due momenti essenziali per usare una metafora che non si vede a primo impatto ma insiste nella sua provvisorietà del viandante che si cerca nella circolarità del viaggio : a) la religiosità e la possibilità di un dialogo cristiano; b) il Sud nel sentimento del viaggio e nel richiamo mitico delle origini. La “terra impareggiabile” che incontreremo nel 1958 è già in questo intreccio di ricerche. Così quelle poesie toccati che sono “Lamento per il Sud” e “Lettera alla madre”. La dimensione cristiana (la chiesa è un luogo non della periferia dell’anima ma della centralità del tempo del cuore) si incontra con la favola antica che è nel richiamo alle origini.

Campeggia nel tutto il verseggiare la pietà. Ovvero il senso della pietà. Altre metafore incidono e insistono. Per esempio per un poeta mediterraneo sono punto nevralgici: il fuoco, la luna, la memoria, il sonno, il pozzo, la marea, e l’ora che  cerca “remoti simulacri”. Allora. Quella sera che vive nella pietà ha un “riciclaggio” chiaramente foscoliano, ma Foscolo è greco. Le ombre vengono allontanate, nell’anima e nel tempo del poeta dalla verde erba. E poi potrebbe avere senso, avrebbero detto Pavese e Bodini, un fuoco che non abbia il coraggio di cercare la luna o una luna che non abbia il destino di diventare fuoco. Insomma è il gioco incastrante di una metafisica dell’anima che diventa metafisica della poesia. Ma il poeta del Mediterraneo è fatto di marea, di sonno delle epoche che passano dentro (come dice Corrado Alvaro) e soprattutto di tempo. Quel tempo però si lega inesorabilmente alla metafora, ancora una volta, del pozzo. Thomas Mann, che Quasimodo conosceva, contiene l’acqua della memoria che diventa rigenerazione e rigenerante diventa il baso in quelle acque perché si riscopre l’infanzia e la sua eredità.

In fondo il “naufragio mistico” tocca così momenti significativi e importanti per la vita stessa del poeta. C’è, dunque, nel poeta (perché è impossibile commentare una sola poesia, in modo particolare per un poeta come Quasimodo, dove insiste un progetto poetico e di estetica del linguaggio) il naufragio aggrappato alla speranza religiosa. C’è un’ansia mistica. E c’è il ritorno alla terra attraverso una dimensione magica che coinvolge quel respiro ellenico e mediterraneo sempre vivo e presente in una poesia che ha tocchi mitici. Il mito della poesia quasimodiana è nel ritrovare nell’infanzia del tempo la propria infanzia e la propria storia.

Oreste Macrì osserva : “La splendente Trinacria mediterranea ed ellenica, il fasto degli alberi e dei fiumi, l’amore e l’eco dei recessi estivi, l’ingenuità delle carni luminose, la verginità dei costumi mitici, il sapore d’eterno e di visibile, le certezze solide e durature :  la memoria dell’infanzia, della famiglia, dei primi giorni; è soprattutto la parola ‘isola’ l’estrema suggestione che ricostruisce cantando il mito della purezza, della esattezza del limite…L’infermità, la debolezza, il patimento, la sofferenza, il dolore e la pietà cristiana sembrano l’altro polo, la regione opposta, il continente amaro e terribile, il luogo dell’esilio e del rimorso permenente” (Oreste Macrì, La poetica della parola di Salvatore Quasimodo, Prefazione a Poesie , “Primi Piani, Milano, 1938).

I versi di “Ride la gazza, nera sugli aranci” hanno un mistero rivelante ma anche segreto. Così come quando il pensiero è il Sud. Motivi essenziali nel cammino poetico di Quasimodo. Questo Sud che continua ad essere attraversato dal “Lamento” porta con sé le zagare e la luna e i bambini non smettono di scommettere il loro destino nel loro passato giocando, come recita Sinisgalli, con le monete battute per terra. La terra custodisce gli echi dei passi dei cavalli e le orme diventano segni indelebili, perché il mare resta sempre quell’orizzonte infinito, ovvero la quarta parete raccontata da Cesare Pavese. In questo Sud dove le madri ancora cercano i loro figli le nuvole che come un simbolo escono dagli alberi e l’airone ha il respiro della libertà. Ma non bisogna mai dimenticare che c’è sempre il fango impastato alle spine e l’ironia della gazza, la gazza nera, osserva e ascolta dagli aranci il mutare delle stagioni e il cangiare dei sentieri dell’anima.

Siamo quindi a quella poesia quasimodiana già individuata e che porta nel suo cuore le precise caratteristiche già evidenziate. In realtà siamo a quella stagione importante che raccoglie il senso del tempo, la necessità della comunione nella parola, l’interpretazione del segno mitico. Il recupero dell’infanzia o l’infanzia come “beato Eden” è il centro propulsore di questo viaggio che è sostanzialmente un antico viaggio nel cuore della parola e dell’uomo. Cose che si sfilacceranno con le poesie dal 1947 in poi. Ciò in parte verrà motivato in alcuni suoi saggi dedicati appunto alla poesia. Una partecipazione che riporta voci lontane e mai dimenticate. Il colloquio si intensifica. Si ritorna al tempo. Ma è nel tempo che la morte e la vita trovano il loro viaggio. E così le voci e i silenzi.

In Salvatore Quasimodo, infatti,  ci sono elementi poetici eterogenei. E c’è una spaccatura, fra due modi di fare poesia. O meglio la spaccatura e il limite della sua ricerca si avvertono quando viene a mancare quella tensione mistica con la quale era nata la sua prima poesia e subentra un rarefatto stimolo sociale. Qui la poesia perde il suo fascino e anche il suo mistero e diventa cronaca. E con essa si brucia l’ansia e quel desiderio di infinito che si individua nel momento della contemplazione. La cronaca è perdita della parola-tensione.

In “Ed è subito sera” è tensione che si riconquista. E i versi di “Ride la gazza, nera sugli aranci” è un testamento non solo poetico. Ma una dettatura esistenziale in quella ricerca del sommerso e dell vicinanze – distanze che hanno fatto di Quasimodo il cantore del vento che dalla sua Sicilia ha toccato l’intreccio dei venti degli Orienti e degli Occidenti. Infatti la gazza e gli aranci non sono una rappresentazione. Sono piuttosto una metafora nella danza delle cadenze. Una poesia che ha odori e radici. Una geografia che la gazza vive tra la terra delle radici e la terra promessa.

 

 

Print Friendly, PDF & Email

237total visits,3visits today

Polis Notizie

Polis Notizie

Redazione

Ti sono piaciuti i nostri contenuti? Aiutaci a condividerli

error: Content is protected !!