Per Nicola De Giosa, ma a Napoli e non a Bari

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di Pierfranco Moliterni

Una bella notizia arriva dal prestigioso teatro S.Carlo di Napoli:  sabato 17 novembre va in scena la prima dell’opera Don Checco composta nel 1847 dal musicista barese Nicola De Giosa (anzi Niccola De Giosa, come amava firmarsi). Una ripresa questa, in quanto la piccola opera comica aveva debuttato in chiave moderna già tre anni fa sempre a Napoli, per poi essere replicata in quel di Martina Franca al festival della Valle d’Itria che ne comprese sin da subito l’importanza diciamo pure ‘localistica’, in quanto il De Giosa, nato o a Bari nel 1819, è stato un esponente di spicco della scuola napoletana del secondo ‘800 giunta nella fase della propria consunzione storica. Dunque don Nicola.. come amava farsi chiamare, merita o meriterebbe, ancora di più, l’attenzione rivolta a lui e alla sua figura, a lui e alla sua musica, magari da parte della sua città natale, Bari, e per essa dal teatro pubblico della Fondazione Petruzzelli che, a nostro (im) modesto parere dovrebbe porre maggiore attenzione alla conoscenza storica del patrimonio culturale (non solo musicale) della regione Puglia. Negli anni passati fu quella una operazione a largo raggio meritevole di esiti a livello europeo e che interessò un altro musicista pugliese di notevole spessore, il barese Nicolò Piccinni (1728-1800), per non tacere dell’altrettanto se non più famoso Giovanni Paisiello di Taranto (1740-1816). Mostre, convegni, prime assolute, repliche effettuate addirittura in altri teatri europei, sancirono la effettiva importanza storica di quei due musicisti per altro riconosciuta tale in tutti i repertori e/o enciclopedie della musica, da sempre. Il caso di Nicola De Giosa è, oggettivamente, un’altra cosa stante il suo diverso peso storico. Ma ciò non toglie che il musicista barese, per altro morto e sepolto nella sua città e per espresso suo volere, ai  suoi tempi ebbe rapporti persino con Giuseppe Verdi, fu allievo prediletto di Donizetti, operò magnificamente come direttore d’orchestra al S. Carlo e poi in giro per altri teatri italiani e financo argentini (Colòn di Buenos Aires, nel 1873); compose opere serie e opere comiche come il fortunatissimo Napoli di Carnevale che attende ancor oggi una sua riscoperta al pari del Don Checco che a Napoli, al teatro S. Carlo di questa edizione 2018a,  avrà come protagonista un bravo baritorno barese, Nicola Colaianni. Giunti a questo punto e per fornire notizie storiche ai lettori di “PolisNotizie” ci preme riassumere un po’ la sua vita di uomo e d’artista. Speriamo con ciò che il nostro personale impegno, suffragato da un ‘Comitato per le Celebrazioni del bicentenario’, conduca a qualcosa di serio e di concreto. Basterebbe infine sottolineare che nel magnifico foyer del teatro Petruzzelli troneggia una sua statua, a fianco di altri tre suoi famosi conterranei che fin’ora hanno avuto più fortuna di lui a Bari e in Puglia (Piccinni, Paisiello e Mercadante). Insomma, don Niccola attende che la sua città batta un colpo affinchè non si dica, ancora una volta e con accompagnamento musicale, “nemo propheta in patria!”.

1819-1841.     Nicola De Giosa nasce a Bari il 3 maggio del 1819 nel borgo antico di Santa Scolastica, da Angelantonio e Lucia Favia, esponenti di una modesta famiglia borghese. Il giovane Nicola viene avviato allo studio del flauto e nel 1834 inizia a frequentare il Real Collegio di Napoli, allievo nella classe di composizione dei maestri Zingarelli e Donizetti di cui diventa uno dei discepoli prediletti.

1842-1847.     Nel 1842 debutta con franco successo al teatro Nuovo con La casa di tre artisti, cui segue Elvina (1845) laddove egli mostra uno stile attardato su temi e maniere della oramai decaduta opera comica napoletana. In tale chiave si muove anche La casa di tre artisti, poi mutata col nuovo titolo L’arrivo del signor zio (1846) presentata in varie sedi italiane e con alterne fortune: a Torino (teatro Sutera), a Milano (teatro Re, con repliche subitamente oscurate dalla contemporanea messinscena dei Due Foscari di Verdi), al Carlo Felice di Genova e infine, nel 1847, all’Argentina di Roma. Negli anni a seguire De Giosa non si discosta molto dalla cifra stilistica a lui consentanea grazie a opere comiche come la più nota e fortunata, Don Checco su libretto di Spadetta (Napoli teatro Nuovo 1847) replicata a lungo come una delle preferite del pubblico napoletano e poi presentata in altri teatri italiani.

1848-1864.    La convinta adesione agli stilemi dell’amato maestro Donizetti, non tardano a farsi sentire nel periodo della maturità compositiva di De Giosa, grazie a titoli di opere serie come Folco d’Arles su libretto di Salvatore Cammarano tratto da Ruy Blas di Victor Hugo (Napoli S.Carlo 1851); ovvero Guido Colmar (Napoli S. Carlo 1852), cui seguono due interessanti tentativi che hanno l’intento di illustrare in musica vicende romanzate di altrettanti momenti rappresentativi la storia di Bari sua città natale: Ida di Benevento (riveduta in seguito col titolo Il Seudan di Bari) commissionatagli nel 1853 per la inaugurazione del teatro comunale barese ma mai andata in scena, ove si racconta dello storico assedio saraceno alla città dell’857; quindi Ettore Fieramosca o La disfida di Barletta (Napoli S. Carlo 1855) che narra la famosa vicenda già narrata in prosa da Massimo D’Azeglio sullo sfondo di un amore tragico tra il paladino italiano e la nobile Ginevra.

1864-1885.   Altre opere serie e comiche fanno da cornice alla successiva attività compositiva come l’ambizioso Il bosco di Dafne (Napoli S.Carlo 1864 di cui si conosce una prima redazione del 1853 col titolo Elena) dove De Giosa proietta la narrazione in musica al tempo di Giuliano l’Apostata e dei primi conflitti religiosi tra pagani e cristiani; Un geloso e la sua vedova (Napoli teatro Nuovo 1857); Isella la modista (Napoli teatro del Fondo 1857); Silvia 1864 e Il marito della vedova 1870 (Napoli teatro Nuovo); Il pipistrello proposta nel 1847 all’Opéra-Comique di Parigi; Il conte di S.Romano (Napoli teatro Bellini 1878); Rabagas (Roma Argentina 1882). Un posto a sé merita senza meno Napoli di Carnevale opera giocosa su libretto di D’Arienzo (Napoli teatro Nuovo 1876) che forse è il suo più notevole e meritato successo grazie ad un gioco metateatrale che proietta l’amato modello tardo-settecentesco napoletano in dimensioni nostalgiche e inaspettatamente moderne.

Significativa fu infine la lunga stagione di vita da lui spesa come direttore d’orchestra specialmente nel massimo teatro napoletano (quasi ininterrottamente dal 1860 al 1876, dirigendo tra l’altro le prime esecuzioni de Un ballo in maschera di Verdi, Il profeta di Meyerbeer, Faust di Gounoud) e nel biennio 1867-68 alla Fenice di Venezia. A tale proposito è degno di nota il ruolo che De Giosa volle e seppe far riconoscere al direttore-concertatore considerato il responsabile unico della fase preparatoria e di quella esecutiva all’interno del composito spettacolo musicale. Con questo compito De Giosa fu attivo oltre che al S. Carlo, al Politeama e al Sannazzaro napoletani, poi in giro anche in altri teatri italiani sino ad arrivare al Colón di Buenos Aires (1873) e infine al Teatro Vicereale del Cairo laddove entrò in contatto con Verdi spinto dalla ambizione di dirigere, egli stesso, nel 1871, la prima di Aida. Notevole fu anche la sua attività di docente di composizione (ebbe come allievo il conterraneo, il molese Niccolò van Westerhout), alfiere della tutela e della riqualificazione dei giovani compositori: De Giosa infatti rivestì una parte attiva sia nella fondazione della Associazione dell’Arte Musicale Italiana sia nell’organizzazione del Primo Congresso Musicale Italiano (Napoli, febbraio 1864). Alla morte di Mercadante avvenuta nel 1871, Niccola De Giosa (così come curiosamente amava firmarsi) presentò senza successo la sua candidatura a direttore del Real Collegio di Musica S.Pietro a Majella, mentre di alcuni anni dopo è la organizzazione di una serie di spettacoli d’opera tra cui la ripresa napoletana de Il Turco in Italia di Rossini per ribadire l’eccellenza dell’opera comica italiana di contro al nascente moda dell’operetta francese, a cui del resto egli stesso, nel 1847, aveva offerto la modesta prova de La chauve-souris. Gli ultimi tre anni della sua vita furono trascorsi nella città natale ove la deputazione teatrale del Comune volle nominarlo presidente onorario del comitato per le celebrazioni piccinniane. Qui morì il 7 luglio del 1885. Nel 1936 i nipoti suoi eredi donarono tutti i manoscritti in loro possesso alla Biblioteca Consorziale «Sagarriga Visconti Volpi», oggi Biblioteca Nazionale di Bari, che li ha raccolti e catalogati in un apposito fondo.

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