Parliamo di pensioni, oggi è ancora più importante.

dott. Girolamo Ceci

Oggi parlare di pensioni ti espone a tutta una serie di critiche e qualcuno ci rinuncia, fermo restando che è un mondo molto ostico, il nostro giornale vuole portare avanti una denuncia civile, a tal fine è doverosa una premessa: l’art. 38 della Costituzione, che sintetizza i principi fondamentali cui si sarebbe dovuta ispirare la futura legislazione assistenziale e previdenziale è importante ricordarlo per sottoporvi alcune mie riflessioni.

L’art. recita così: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato”.

Il Concetto principale espresso dell’Art. 38 è la garanzia di liberare tutti i cittadini dalla condizione di bisogno, presupposto indispensabile per un pieno e reale godimento dei diritti civili. Infatti, al primo comma viene stabilito che chiunque risulti essere inabile al lavoro o comunque sprovvisto dei mezzi necessari per vivere, abbia diritto al mantenimento e all’assistenza; il successivo comma garantisce invece tutti i lavoratori, assicurando che agli stessi siano provveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita nelle situazioni di vecchiaia, disoccupazione involontaria, invalidità, malattia ed infortuni.

Mentre quindi il primo comma pone l’attenzione sulla funzione assistenziale che il sistema previdenziale deve assicurare ai cittadini italiani, il secondo enfatizza il ruolo previdenziale dello stesso.

Le pensioni inoltre, oltre ad assolvere un ruolo assistenziale e previdenziale, assolvono ad una funzione meramente assicurativa, ma anche redistributiva. Infatti, per il tramite di un sistema pensionistico a ripartizione è possibile ridistribuire reddito tra diverse fasce della popolazione, prelevando o erogando pensioni in maniera differente per diverse categorie di soggetti e lavoratori permettendo quindi di limitare gli squilibri sociali e per questo tramite, creare una società più giusta ed equa. Tutte queste funzioni appena esposte sono assolvibili esclusivamente ed ovviamente, da un sistema previdenziale pubblico obbligatorio, che rappresenta il primo e fondamentale pilastro di un efficiente ed equo sistema previdenziale.

Nel sistema italiano, il meccanismo automatico dell’adeguamento dell’età di pensionamento alla speranza di vita porta i cittadini ad andare in pensione più tardi. E l’innalzamento dell’età a 67 anni a partire dal 2019 è oggi il tema centrale del nostro sistema pensionistico.

Nel nostro Paese, il sistema pensionistico pubblico è strutturato secondo il criterio della ripartizione: i contributi che lavoratori e aziende versano agli enti di previdenza sono utilizzati per pagare le pensioni di chi ha lasciato l’attività.

In un sistema così organizzato, si ricorda in un documento pubblicato sul sito della Commissione di vigilanza sui fondi pensione, il flusso delle entrate rappresentato dai contributi deve essere in equilibrio con l’ammontare delle uscite, cioè le pensioni.

Il progressivo aumento della vita media ha fatto sì che si debbano pagare le pensioni per un tempo più lungo. Per ottenere un progressivo controllo della spesa pubblica per le pensioni, come si è evoluto il nostro sistema previdenziale negli ultimi 30 anni?

ANNI ’70-80 – “L’Italia è stata interessata da un forte rallentamento dell’economia, determinato principalmente dalla crisi petrolifera”. “Lo Stato ha dovuto affrontare una maggiore spesa a sostegno di coloro che non riuscivano a trovare un’occupazione e delle imprese, anch’esse in crisi”.

Negli anni ’80 è così maturata la consapevolezza riguardo alla necessità di provvedere al riequilibrio dei conti pubblici attraverso il ridimensionamento della spesa corrente. Poi, a partire dagli anni ’90, sono state avviate riforme strutturali che hanno toccato anche le pensioni.

“Fino al dicembre 1992 il lavoratore iscritto all’Inps riceveva una pensione il cui importo era collegato alla retribuzione percepita negli ultimi anni di lavoro. Con una rivalutazione media del 2% per ogni anno di contribuzione, per 40 anni di versamenti, veniva erogata una pensione che corrispondeva a circa l’80% della retribuzione percepita nell’ultimo periodo di attività”, Inoltre, la pensione veniva rivalutata negli anni successivi tenendo conto di due elementi: aumento dei prezzi e innalzamento dei salari.

RIFORMA AMATO – Con la riforma del 1992 (decreto legislativo n. 503/1992), si innalza l’età per la pensione estendendola gradualmente, le retribuzioni prese a riferimento per determinare l’importo vengono rivalutate all’1%, percentuale nettamente inferiore a quella applicata prima della riforma; la rivalutazione automatica delle pensioni viene limitata alla dinamica dei prezzi (e non anche a quella dei salari reali)., questa è stata la prima truffa ai danni degli Italiani.

Da qui la necessità di introdurre una disciplina organica della previdenza complementare con l’istituzione dei Fondi pensione ad adesione collettiva negoziali e aperti (decreto legislativo n. 124/1993).

RIFORMA DINI – Con la riforma del 1995 (legge 335/1995) dal sistema retributivo si è passati al contributivo. La differenza tra i due è sostanziale:

– nel retributivo la pensione corrisponde a una percentuale dello stipendio del lavoratore; dipende da anzianità contributiva e retribuzioni, in particolare quelle percepite nell’ultimo periodo, che tendenzialmente sono le più favorevoli;

– nel contributivo, invece, l’importo della pensione dipende dai contributi versati dal lavoratore nell’arco della vita lavorativa.

ANNI 2000 – Con il decreto legislativo n. 47/2000 viene migliorato il trattamento fiscale per chi aderisce a un Fondo pensione e sono previste nuove opportunità per chi desidera aderire in forma individuale alla previdenza complementare, iscrivendosi a un Fondo pensione aperto o a un Piano individuale pensionistico (il cosiddetto PIP).

RIFORMA MARONI – Con la riforma del 2004 (legge delega n. 243/2004) vengono stabiliti incentivi per chi rinvia la pensione di anzianità.

RIFORMA PRODI – Con la riforma del 2007 (legge n. 247/2007) si introducono le cosiddette ‘quote’ per l’accesso alla pensione di anzianità, determinate dalla somma dell’età e degli anni lavorati.

NEL 2009 – Con la legge n. 102/2009 arrivano altre innovazioni: dal 1° gennaio 2010 l’età di pensionamento prevista per le lavoratrici del pubblico impiego aumenta progressivamente fino ai 65 anni; all’1 gennaio 2015, inoltre, l’adeguamento dei requisiti anagrafici per il pensionamento deve essere collegato all’incremento della speranza di vita accertato dall’Istat e validato dall’Eurostat.

RIFORMA FORNERO – Con la manovra ‘Salva Italia’ (legge n. 214/2011) varata dal governo Monti, il quadro previdenziale si rinnova ancora. A partire dal 2012 cambiano: i sistemi di calcolo

– il metodo contributivo ‘pro rata’ si estende a tutti i lavoratori, anche a quelli che avendo maturato a dicembre ’95 almeno 18 anni di contributi potevano fruire del più favorevole sistema retributivo; il ‘pro rata’ si applica sui versamenti successivi al 31 dicembre 2011;

– i requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia, ferma restando l’anzianità contributiva minima di 20 anni;

2019 –  dal 1° gennaio 2019, il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia si adeguerà in funzione dell’incremento della speranza di vita con un adeguamento che avrà periodicità biennale. A 67 anni, mi pongo una domanda. “tutti avremo pensioni da fame”.?

Il problema esiste, infatti, e grave, per quella quota di persone – che al momento non si sa se saranno maggioritarie o minoritarie, ma che, osservati nella prima fase della loro carriera, rappresentano una quota elevata di chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 – che dovessero trascorrere una carriera lavorativa svantaggiata e, pertanto, rischierebbero di ritrovarsi con un montante accumulato particolarmente esiguo anche dopo decenni di vita attiva. Per questi lavoratori, peraltro, la previdenza privata non può rappresentare una risposta, dato che, come evidente dai dati sulle adesioni dei più giovani ai fondi pensione, appare del tutto incongruente destinare a dei risparmi una parte della propria limitata retribuzione per garantirsi un maggior consumo da anziano.

Ricordiamoci che con il nuovo sistema scompare l’integrazione al minimo della pensione, che cos’è L’integrazione al trattamento minimo? è una prestazione che l’Inps riconosce a chi ha una pensione molto bassa, al di sotto del cosiddetto minimo vitale, pari, nel 2018, a 507,42 euro mensili.

In pratica, con l’integrazione al minimo, l’importo della pensione al di sotto del minimo viene aumentato sino ad arrivare a 507,42 euro mensili, per 13 mensilità.

La scomparsa del minimo vitale è in netto contrasto con l’art.38 della costituzione dove l’istat stessa, ente statale afferma che la soglia di povertà per una famiglia di 2 persone è di 750 euro mensili.

Pensioni da fame per chi ha lavorato in agricoltura, le più basse d’Europa con una media largamente sotto i 500 euro al mese. Questo costringe i produttori a continuare l’attività, bloccando il turn-over nei campi. La diretta conseguenza è uno dei più bassi indici mondiali di nuovi ingressi nel settore da parte dei giovani, fermi sotto il 6%, facendo diventare insostenibili le condizioni degli ex lavoratori in agricoltura, che in Italia sono circa 460 mila, dei quali l’89,4% non arriva a una pensione di 600 euro al mese. Ma la media di settore è notevolmente più bassa e si attesta sui 400 euro al mese, con punte minime di assegni da 276 euro. E le riforme come la Fornero non miglioreranno certo la situazione, anzi. Abbiamo le retribuzioni minime più basse d’Europa, chiediamo quantomeno che vengano uniformate a quelle degli altri Paesi Ue. E tra i pensionati che stanno peggio, ci sono senza dubbio gli agricoltori che, tra l’altro, continuano a vivere nelle aree interne e rurali dove già scarseggiano welfare e servizi. Con queste premesse non ci si può certo stupire che stenti il ricambio generazionale nel settore primario. I titolari di azienda sopra i 65 anni rappresentano oggi il 43% del totale.

Un’ingiustizia – quella relativa al trattamento pensionistico agricolo – non più tollerabile a cui si può cominciare a porre rimedio subito, necessità iniziare ad attaccare per vie legali questo sistema ingiusto che penalizza fortemente i ceti più deboli, credo che dobbiamo arrivare a far decretare l’anti costituzionalità della norma per la parte riguardante l’integrazione al trattamento al minimo abolita. Occorre che il nuovo governo dia una spallata a tutte queste norme che hanno impoverito i nostri pensionati. Attendiamo fiduciosi.

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dott. Girolamo Ceci

Direttore responsabile Poli Notizie

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