ANTONIO GRAMSCI: IL GENIO DEL PENSATORE E LA TRAGEDIA DELL’UOMO – Articolo Integrale.

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di Francesco Di Bello – articolo integrale

Il 27 aprile ricorre l’ottantesimo anniversario de­lla morte di Anto­nio Gramsci,  certamente uno dei più fulgidi pensatori del XX secolo. Quella di Gramsci non è solo la storia del brillante inte­llettuale fondatore del Partito Comunista Italiano, ma è anche la triste narrazione di un uomo perseguitato e deprivato di tutto, dal regime allora in vigo­re, a causa delle sue idee. Quan­do Gramsci sentì per la prima volta chiudersi i pesanti cance­lli del carcere di Regina Coeli di Roma, era l’8 novembre del 1926, anno del totale avvento del regime fascista. Fu arrestato proprio nei giorni in cui aveva ultimato uno dei suoi saggi più illuminanti “Alcuni temi della quistione meridionale”. Ri­trovarsi in pochi metri quadri squallidi e maleodoranti, bui e freddi, con l’imposizione di una serie di divieti umanamente in­concepibili per uno come lui, quali ad esempio l’impedimento di poter leggere e scrivere libe­ramente in quanto previsto dal regime carcerario dell’epoca, contribuirono a rendere la sua reclusione ancora più insop­portabile. Strappato brusca­mente alla sua vita di studioso e parlamentare, allontanato dai suoi affetti più importanti, Nino (come lo chiamavano i suoi fa­miliari) in cuor suo all’inizio sperava che quella sua triste e ingiusta esperienza dovesse quanto prima avere termine. Gramsci era un uomo dalla mi­tezza straordinaria, una perso­na che in tutta la vita non aveva mai fatto male neanche ad una mosca e, ritrovarsi ciò nonos­tante, recluso in una spietata prigione, certamente amplificò in lui la disistima nei confronti di certe forme di autoritarismi e la riflessione su quanto ingiuste potessero rivelarsi certe forme di governo in cui chi comanda non ha da essere giudicato da nessuno.

Quella dell’uomo Antonio Gramsci è una vita rubata ad un innocente da parte di quel sistema dittatoriale che lui contrastava con i suoi ar­ticoli giornalistici, con i prin­cipi enunciati nelle sue opere politico-filosofiche e con i suoi interventi in parlamento, dove quale deputato del neo nato PCI (da lui stesso fondato) ebbe più volte modo di contrastare con la sua dialettica fredda e incisi­va lo stesso Benito Mussolini, il quale, dal canto suo, non to­llerò a lungo l’opposizione del deputato comunista definito dal Duce stesso “quel sardo gobbo, professore di economia e filoso­fia, un cervello indubbiamente potente.” Dell’intero periodo della reclusione, di Gramsci ci restano i trentatrè “Quaderni del carcere”, ventuno dei quali scritti nel carcere di Turi dove il deputato del PCI fu imprigiona­to dal luglio del 1928 al novem­bre del’33.

Proprio qui, Gramsci, fa la conoscenza di Sandro Per­tini, l’unico socialista presen­te in quella galera per motivi politici, anch’egli vittima del Tribunale Speciale. Nasce tra i due un’amicizia sincera e pro­fonda che indispettisce molto gli altri comunisti italiani, in quanto in quel periodo storico tra comunisti e socialisti pro­prio non corre buon sangue e infatti i socialisti venivano appellati con dispregiativi del tipo “social-fascisti” o “social-traditori”. Pertini ricorderà per tutta la vita quell’amicizia vera, interrotta bruscamente nel 1932 allorchè il futuro presidente de­lla Repubblica Italiana fu trasfe­rito nel carcere di Pianosa. Sarà solo nel 1979, ben quarantasette anni dopo, che Sandro Pertini, diventato ormai presidente ri­vedrà quella cella,”quando en­trò si chiuse la porta alle spalle, si sedette su quello che era stato il letto di Gramsci e incominciò ad accarezzarlo” come a voler cercare una forma di contatto con il suo vecchio amico.

Negli anni della reclusio­ne, durante le ore che gli vengono concesse per leggere e scrivere, Gramsci continua ad affinare e approfondire la co­noscenza in merito a molti as­petti delle differenti epoche sto­riche, nelle quali caparbiamente cerca delle risposte logiche alla condizione politica contempo­ranea. Sovrapponendo mental­mente gli eventi, come fossero fogli di carta velina, prova a trovare punti in comune tra il passato ed il suo presente, così facendo vuol capire come mai in Italia si fosse giunti, senza col­po ferire, all’istaurazione di una dittatura tanto acclamata (dal popolo-gregge) quanto spietata (con i suoi oppositori politici). E’ in questo contesto di ricerca e riflessione che vanno inserite frasi che effettivamente rivela­no questa ossessiva ricerca di Gramsci, il quale si accorge tra l’altro che “il quadro della storia della filosofia, che mostra quale elaborazione il pensiero abbia subito nel corso dei secoli e qua­le sforzo collettivo sia costato il nostro attuale modo di pensare che riassume e compendia tutta questa storia passata, anche nei suoi errori e nei suoi deliri, che, d’altronde, per essere stati com­messi nel passato ed essere stati corretti, non è detto che non si riproducano nel presente e non domandino di essere ancora co­rretti.” Lui ne è la prova.

Se dunque nei suoi “quader­ni” il pensatore sardo espri­me il suo instancabile e proficuo lavoro di intellettuale, nelle “Lettere dal carcere” che Gram­sci invia ai suoi cari, ovvero a sua madre, a suo fratello Carlo, alle sorelle, alla mogli e a sua cognata Tania, oltre al contenuto umano, alle idee sempre bri­llanti formulate con il suo stile perennemente sobrio, si denota sin troppo bene, tra le righe, lo stillicidio lento e implacabile al quale il pensatore si sente sottoposto. Diventa palpabi­le, seppur ben mimetizzata, la sofferenza di Gramsci, la lenta agonia dell’uomo imprigionato che pian piano perde la spe­ranza di poter tornare libero, di riabbracciare i propri cari e di conoscere il suo secondogenito che non ha mai visto e che non vedrà mai. D’altronde durante il “processone” svoltosi nel 1928 contro i maggiori dirigenti del Partito Comunista Italiano, il Pubblico Ministero del Tribu­nale Speciale, Isgrò, additando Gramsci aveva dichiarato “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di pensare”. La pena era giunta puntuale, ma nessuna forza al mondo avrebbe potuto impedire ad un cervello come quello di Antonio Gramsci di pensare, perciò fu ucciso len­tamente con la reclusione.

Le “Lettere dal carcere” sono il dramma senza appello di un innocente “colpevole” di vo­ler pensare con la propria testa e per questo, e solo per ques­to, ritenuto pericoloso tanto da essere segregato in una ce­lla, con una condanna a più di vent’anni, come fosse il peggior criminale. In questo epistolario, man mano che il tempo passa e gli anni scorrono, si sente, si denota la speranza che si affie­volisce.

Con il regime che quotidia­namente si rafforza e mie­te vittime e la salute del pen­satore, tra l’altro da sempre un po precaria, che continua a peggiorare. Già tra il 1931-32 Gramsci incomincia a rivela­re una forte stanchezza e una depressione molto incisiva, in quei giorni scrive “Mentre nel passato mi sentivo quasi or­goglioso di trovarmi isolato, ora invece sento tutta la mes­chinità, l’aridità, la grettezza di una vita che sia esclusiva­mente volontà.” La volontà è infatti tutto ciò che il carcere non è riuscito a togliergli. Così facendo il fascismo volle annu­llare col carcere l’azione ope­rosa del dirigente comunista, impedendo alla sua voce di giungere ai lavoratori.

Questo dolore che in lui avanza lento e impieto­so dovuto alla perdita di ogni speranza, Gramsci lo trasmet­te, appunto, per mezzo delle sue lettere ai familiari; lo fa con coraggio, senza mai por­si come vittima nonostante la sua storia sia proprio questo: il racconto di una vita rubata, di un’esistenza sfregiata, di una vittima sacrificale immolata all’ingiustizia per ordine di un “guappo” diventato “padrone della nazione italiana” grazie alla violenza e ad un’accolita di picchiatori. Un “padrone” dal volto marmoreo incapace di confrontarsi dialetticamen­te con i suoi avversari politici, tanto più se uno di questi si chiama Antonio Gramsci; con­trobattere le sue tesi in parla­mento e fuori, sarebbe stato arduo per chiunque. In seguito ad un repentino peggioramen­to dello stato di salute, il 25 ottobre 1934 Mussolini acco­glie la richiesta di libertà con­dizionata per Antonio Gram­sci, ma solo il 24 agosto 1935 questi viene trasferito nella clinica “Quisisana” di Roma. Il 21 aprile del 1937 il dirigente comunista ottiene la piena li­bertà, ma ormai è troppo tardi. Muore all’alba del 27 aprile del 1937, a quarantasei anni, per emorragia cerebrale, almeno questo è ciò che il referto me­dico riporta. C’è comunque un giallo ancora irrisolto sulla morte di Gramsci.

Certo a ben guardare la tris­te storia di quest’uomo, non è difficile dirsi “niente di nuovo sotto il sole”. Quel che è avvenuto a lui era già suc­cesso a tanti altri e continua a succedere ancora oggi in ogni parte del mondo, per questo l’esperienza umana gramscia­na è anche la storia dei troppi innocenti che devono essere tenuti in silenzio da autorità meschine, con ogni subdolo metodo coercitivo, qualunque esso sia.

Quella di Gramsci è la sto­ria del pensiero umano che sorge dall’anima prima che dalla mente e ha da essere libero, non può essere impri­gionato, carcerato, ingabbiato. Infatti il pensiero gramsciano è sopravvissuto, sopravvive a tutte le brutture e alle ingius­tizie che l’uomo Gramsci ha dovuto sopportare per tutta la vita solo per poter essere se stesso.

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Francesco Di Bello

Francesco Di Bello

Francesco Di Bello – Redattore freelance, scrittore , ricercatore, artista.

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